Messina cambia tutto il sindaco è buddista con casa a Taormina

<strong>Messina</strong> cambia tutto il sindaco è buddista con casa a Taormina

E’ una lotta di sogni e di traghetti. La sorpresa più clamorosa viene da Messina, terza città di Sicilia, che ha affondato la corazzata dei due big politici Giampiero D’Alia (Udc), ministro della Funzione pubblica, e Francantonio Genovese, pezzo grosso del Pd siciliano e socio dei traghetti privati. Hanno puntato su Felice Calabrò, e i messinesi hanno invece eletto sindaco un marziano dalla barba bianca, Renato Accorinti.

Renato Accorinti Sindaco messinaUna rivoluzione che dopo mezzo secolo sbaracca un sistema di potere ben collaudato, dove tutto era previsto e preordinato dalle forze politiche, imprenditoriali e talvolta massoniche: tu fai il sindaco per tot numero di anni, poi vai a fare il presidente della Provincia e lasci il posto a Caio, mentre Sempronio lo mandiamo alla Regione. Una cupola contro cui negli anni 90 si battè l’allora ex procuratore della Repubblica Franco Providenti diventato sindaco. Sarebbe stata una bella scelta quella di un altro ex procuratore della Repubblica, Luigi Croce, per qualche mese commissario straordinario al Comune, ma i gruppi di potere avevano scelto Felice Calabrò, avvocato civilista portato avanti da Francantonio Genovese.

La cupola ha avuto una mazzata storica, ma Accorinti che sogna di salvare la città non avrà vita facile perché il centrosinistra e l’Udc in forza del 65% conquistato dalla coalizione al primo turno contano su 24 dei 40 seggi disponibili il che complicherà la vita al nuovo sindaco quando ci sarà da approvare il bilancio. Tra l’altro il Comune balla da tempo sull’orlo del default.

Ma chi è Accorinti? E’ da 39 anni insegnante di educazione fisica in un liceo di Messina, ha una casa a Taormina (e questa è la prima sorpresa), un palazzotto in via degli Strategi (sic) numero 13. E’ buddista, pacifista, circola con una maglietta con su scritto «No Ponte» (ha scalato anche il pilone di Torre Faro), un indiano metropolitano di 59 anni che partecipa a tutte le manifestazioni, che è vicino a giovani e anziani e ha unito i movimenti antipolitica, antisistema, antitutto. E’ arrivato in Municipio a piedi nudi e quando gli hanno dato la fascia tricolore l’ha passata a un bambino di 11 anni, Michele: «I bambini sono i migliori sindaci». Con lui Messina ha voluto voltare pagina, anzi cambiare addirittura libro.

Una ventata di aria fresca in un vecchio palazzo ammuffito. Solo che secondo noi ha sbagliato con quel «No Ponte» perché nelle condizioni disastrose in cui si trova Messina, la «città del 27» con sempre più tagli nel settore pubblico, la sola speranza di riscatto sarebbe rappresentata dai cantieri del Ponte con i suoi 40 mila lavoratori per dieci anni e l’arrivo poi di fiumi di turisti con il desiderio di stupirsi. Ma tant’è, questa è una città difficile da capire e difficile da vivere anche perché sempre attraversata da colonne di Tir diretti agli imbarcaderi della rada San Francesco. Da qui partono i traghetti della società Caronte & Tourist appartenente in quota parte a Francantonio Genovese, al gruppo Franza e al gruppo Matacena. A ottobre scade la concessione per l’uso della rada e bisognerà vedere cosa accadrà con l’aumento del 600% dei canoni demaniali e il conseguente aumento del ticket sui traghetti. I messinesi continueranno a dire «No Ponte»? I Franza per parte loro si stanno diversificando con interessi turistici nella zona tra Gela e Licata e con interessi anche nelle telecomunicazioni.

Per tornare al progetto del Ponte più lungo del mondo, che qualcuno come il sottoscritto spera possa resuscitare quantomeno per evitare che il risarcimento dello Stato sia pari al costo dell’opera, c’è un aspetto curioso: e cioè il Ponte non lo voleva fare né la cordata di Calabrò avendo alle spalle Genovese, uno dei comproprietari dei traghetti, e né Accorinti: da entrambi i lati nessuno voleva il Ponte più lungo del mondo, quindi quel «No Ponte» sulla maglietta era abbastanza inutile.

Un altro paradosso sta nel fatto che Accorinti, andato al ballottaggio per il rotto della cuffia, non è stato votato dalle periferie disagiate come il quartiere Giostra o il villaggio Aldisio che invece sostenuto Calabrò. I voti all’insegnante di ginnastica al secondo turno sono stranamente arrivati dai quartieri centrali, quelli della borghesia bene, della burocrazia cittadina, delle dame che passano il tempo giocando a burraco. Si vede che anche loro ne avevano abbastanza dell’establishment che ha governato per tanti decenni questa città che era il simbolo degli aliscafi nel mondo, poteva avere il Ponte come nuovo simbolo e invece ha perduto tutto.

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