La destagionalizzazione turistica? Possibile anche grazie al cibo

La destagionalizzazione turistica? Possibile anche grazie al cibo

Uno degli elementi di eccellenza della Puglia e del suo turismo, oltre alle meravigliose spiagge, ai fondali cristallini, al clima quasi sempre mite, è sicuramente il cibo. E non lo dicono solo i tanti consumatori, fra locali e ospiti, ma anche l’Istat, i cui ultimi dati, del 2016, denunciano una crescita di consumi legati all’enogastronomia pugliese pari al 10,9% in più rispetto al 2015, quando la media italiana si attesta al +4,2%.

Grande punto di forza, dunque, tanto da diventare trainante per una politica ed economia di destagionalizzazione del flusso turistico. A livello di prodotti Dop e Igp, non c’è che l’imbarazzo della scelta, come dimostra anche l’elenco del Mipaaf, aggiornato ai primi dell’anno. Gli alimenti pugliesi garantiti sono davvero tanti, in tutte le categorie e ben suddivisi nelle sei province. Si va dal carciofo brindisino alla cipolla bianca di Margherita, dall’arancia del Gargano alle clementine tarantine, senza dimenticare l’uva di Puglia o la patata novella di Galatina, la novità della lenticchia di Altamura e il limone femminiello del Gargano, coltivato soprattutto a Vico, Ischitella e Rodi, che arriva addirittura a cinque fioriture l’anno.

E che dire dell’olio, di cui ogni provincia ha il suo rappresentante: Collina di Brindisi, Dauno, Terra d’Otranto, Terre di Bari e Terre tarantine, a cui si aggiunge la qualità di oliva forse più conosciuta, la Bella della Daunia. Non dimentichiamo certo i formaggi, tra cui spiccano la burrata di Andria, (anch’essa new entry) e il canestrato pugliese, e altri che risentono di influenze delle regioni circostanti, come il caciocavallo silano, prodotto anche nelle province di Foggia, Bari, Taranto e Brindisi, e mozzarella e ricotta di bufala campana, realizzate nei caseifici dauni, nel cuore del Tavoliere. Immancabile, poi, il celeberrimo pane di Altamura.

E dopo le eccellenze certificate, si passa ai prodotti tradizionali, il cui elenco è davvero ben fornito, con un totale di 276 tra materie prime, cibi, bevande e condimenti, documentati dal Ministero per le Politiche agricole e forestali nel luglio 2017. Anche qui ci sono eccellenti formaggi, come la ricotta marzotica, ma anche la speciale zuppa di pesce alla gallipolina, le alici marinate alle zucchine alla poverella, le fantastiche sgagliozze baresi con fave e cicorie, le immancabili cime di rapa stufate al calzone… Come non ricordare poi la zèppola salentina al sospiro di Bisceglie, o il capocollo di Martina Franca, o ancora la salsiccia a punta di coltello dell’Alta Murgia, e poi scarcelle, pettole, orecchiette, mostaccioli, mandorlaccio, lagane, cartellate, sponzali…Ammettetelo, vi abbiamo fatto venire fame!

Dopo tutte queste leccornie, dobbiamo anche dire che la Puglia può contare su ben 245mila ettari di aree naturali protette, 75,8% di parchi nazionali e 8,3% riserve marine, e la varietà vegetale comprende ben 2.500 specie. Sicuramente dunque l’offerta enogastronomica rappresenta un’ottima motivazione di viaggio, specie degli stranieri che, nel 59% dei casi, acquistano ancora prodotti italiani anche dopo il rientro in patria (secondo una ricerca Bit/Bocconi, è successo per il 25,9% ai francesi, il 22,5% ai tedeschi e il 16,9% ai britannici).

Giusto, dunque, puntare anche sul cibo, sui prodotti nostrani, sulle eccellenze certificate per una destagionalizzazione turistica di 12 mesi l’anno, attirando gli ospiti, oltre che con il paesaggio, il mare, l’offerta di attività e di strutture ricettive all’avanguardia, anche col gusto e la gola, capaci di conquistare pure con corsi di cucina e relative attività didattiche.

L’enogastronomia può diventare l’ulteriore elemento trainante del turismo pugliese e contribuire ad accrescere i flussi turistici, aumentando il numero di clienti nelle strutture ricettive: dagli hotel sul Gargano per famiglie, a i villaggi nel Salento, ai numerosi b&b e antiche masserie dislocate in tutto il territorio.

 

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