Catania. Un omaggio ai quadri di Giuseppe Sciuti. Graziella Rapisarda ha da poco dato alle stampe un “Omaggio al genio delle Mamme”

<strong>Catania</strong>. Un omaggio ai quadri di Giuseppe Sciuti. Graziella Rapisarda ha da poco dato alle stampe un “Omaggio al genio delle Mamme”
Giuseppe Sciuti

Graziella Rapisarda, cattedratica emerita di letteratura latina all’Università di Catania, ha da poco dato alle stampe un «Omaggio al genio delle Mamme» attraverso la saggezza dei proverbi e la pittura di Giuseppe Sciuti (1834-1911).

E’ cosa nota che la saggezza proverbiale ha sempre esaltato l’amore materno (suggerendone anche qualche asperità «Madre piadosa cria hija merdosa» dicono in Spagna; ma è meno noto che il pittore di Zafferana che per il suo verismo pittorico fu acclamato ben oltre i confini della patria, in Francia e in Inghilterra, fu sensibilissimo agli affetti familiari.
Moltissimi catanesi hanno visto in Comune il tragico episodio (1890) della spedizione di Pisacane in cui i patrioti vengono depredati e massacrati a colpi di accetta dalla marmaglia aizzata dai Borboni. Ma quanti hanno visto il «Fanciullo che torna premiato dalla scuola» (1869), che ora fa parte di una collezione privata a Roma?

E invece è proprio qui l’anima poetica e affettuosa del pittore. Una madre elegante, un salotto splendido: ma lo sguardo dell’artista si concentra su quel ragazzino orgoglioso per qualche buona nota meritata in classe. Ha l’aspetto fiero e la madre con una semplice carezza raddoppia il premio ricevuto dal maestro.
Potremmo chiamare questo quadro «l’Educazione», nel senso che il bravo pupillo è stato educato ai valori della probità operosa che per decenni sono stati denigrati da certi maleducatori compiaciuti di vilipendere De Amicis mentre essi avvelenavano le nuove generazioni giustificandone gli eccessi.

Si diceva che De Amicis mostrava i buoni bambini dell’alta borghesia. In effetti in quel quadro di Sciuti c’è un lusso di alta borghesia capitolina, che si ritrova nella «Pace domestica» (1870) e nelle «Gioie della buona mamma» (1877) dove una madre tra preziosi drappeggi è amorosamente cinta di marmocchi uno dei quali sollevato dalla nutrice che è popolana come dimostra l’abito ciociaro, ma pulitissima e impeccabile. I sanculotti di Marx hanno proclamato che questo è buonismo ipocrita. La gente che ha fame deve lottare per il pane quotidiano, anche umiliandosi negli angiporti, senza troppo andare appresso a utopie affettuose.

Sbagliano. Giuseppe Sciuti conobbe la povertà in prima persona e non esitò a dipingerla: «Una povera famiglia» (1884) è rappresentata su un bozzetto conservato a Catania che nella versione su tela di tre anni dopo scende nei dettagli della miseria che però non perde i suoi affetti: la madre mendicante allatta affettuosamente il pargolo, mentre una pargoletta è accovacciata compostamente ai suoi piedi.
Altro che Nanà. Del resto la storia coeva di Nedda descritta da Verga è cupa di miseria, ma eroica di maternità, senza mai sfociare nella malacreanza.

Sciuti che è più noto per l’epico trionfo dei Catanesi (1883) scelto come sipario del nostro Massimo Teatro trovava l’apice degli affetti nella Madre celeste: nella sua «Madonna dell’elemosina» (1896) ora a Modena ritrae la ricca e la povera sotto l’altare della Vergine, con una finezza che il catanese, senza imbarcarsi in lunghi viaggi, può trovare nella tela con lo stesso titolo, firmata due anni dopo e custodita nella Collegiata di Catania, intitolata alla «Madonna dell’elemosina»: c’è la ricca fanciulla e la povera famigliola che accorrono con lo stesso fervore ai piedi dell’altare. Non in astratto, ma qui, a Catania, di cui si scorgono le dimore e in fondo il dominatore vulcano. E’ la vera epica della Fede: quella che sosteneva la Longa verghiana e di questa religiosità senza isterie si vede il riflesso anche nelle composizioni neoclassiche di Sciuti quando dipingendo Pindaro inneggiante gli olimpionici (1872, ora alla Pinacoteca di Brera) si sofferma sulla madre che sorregge i passi di un fantolino, in primo piano, che vuole udire l’epinicio del celebre poeta. Dopo tutto quello che Graziella Rapisarda ha disposto nella sua sintesi, abbiamo l’impressione che il protagonista sia proprio la mamma con il bambino: non il poeta laureato o l’atleta cinto di ulivo.

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