Perché il Sud non scende in piazza?

Perché il <strong>Sud</strong> non scende in piazza?

E’ ardito accostare le manifestazioni di rabbia sociale, espresse nelle ultime settimane, con inattesa e imprevedibile sintonia, in Brasile, Turchia, Egitto?

Siciliani smarriti

Il filo rosso delle proteste globalizzate
Parliamo ovviamente di manifestazioni con obiettivi diversi ma con un filo rosso che le unisce: il rifiuto della corruzione, la rivendicazione di diritti fondamentali, l’espressione di un disagio economico.
Ancora, la relativa omogeneità di classe che contraddistingue i manifestanti. Accanto ai diseredati delle favelas, delle periferie, delle campagne c’è anche un nutrito gruppo di classe media soprattutto giovane e con alti livelli di istruzione. A dimostrazione che il vento di sofferenza ed indignazione che spira va sempre più “globalizzandosi”.
Gli studiosi sottolineano questa nuova presenza nelle rivolte di piazza di intellettuali, esponenti della borghesia, nuovi soggetti insomma rispetto alle tradizionali componenti della protesta.

Il Sud Italia vuole protestare?
Il Sud d’Italia, oggi, avrebbe più di una ragione per esprimere, in forme corrette ma incisive, una protesta.
La crisi ha avuto un potere generalizzante che ha annullato politiche di coesione, riduzione dei divari, attenzione a fenomeni sempre più frequenti di indigenza. La cosidetta “depredazione relativa” ha fatto dimenticare differenze di reddito, di consumi, di occupazione, di infrastrutture.

Emergenza e precarietà al Sud
Oggi il Sud vive all’insegna di due parole d’ordine: emergenza e precarietà. Eppure le rivendicazioni sono sempre relative a interessi ben specifici, a situazioni circoscritte, a soggetti ben identificabili.
Sono in difficoltà i sindacati del Sud perché evidentemente “perdono” rispetto a relazioni di lavoro più generali imposte dai vertici romani. I partiti nel Sud appaiono inesistenti e comunque fuori da ogni partecipazione alle dinamiche sociali.
La mitica società civile è rintanata nei cunicoli di resistenza alla crisi.
Altre ragioni più tecniche. Probabilmente c’è ancora un flusso assistenziale che rassicura l’economia del Mezzogiorno. Poi, funziona alla grande la valvola dell’emigrazione che in sostanza toglie preziose voci alla possibile ribellione di massa. Ancora, non dobbiamo dimenticare l’economica invisibile: sommersa, informale, criminale.

Nel Sud si resiste e basta
Una riflessione più accurata e approfondita deve rivolgere il suo sguardo al ruolo della borghesia del Sud.
Complice, talvolta consapevole, altre volte ignara di un meridionalismo “amorale” che ha permesso di credere nella continuità del clientelismo. In fondo, e questa è un’ulteriore riflessione, contro chi occorrerebbe protestare?
Il governo è lontano e irraggiungibile, la regione non è credibile, i comuni vivono in francescana povertà. Si punta a raggiungere allora nuove configurazioni di equilibrio tra reddito e bisogni, ci si arrangia con prestiti, pegni, mutui, indifferenti rispetto al pericolo di un’usura organizzata.
Si trasforma la “qualità della vita” con arrangiamenti, rinunzie, cambiamenti di stili e modelli.
Al tempo stesso, la redistribuzione dei redditi permette di alimentare per alcuni circuiti commerciali di consumi ricchi.
Andiamo a concludere. Nel Sud manca una borghesia indignata come in Brasile, Turchia, Egitto. Né risulta facile incitarla a sollecitazioni di sorta. Al momento, nel Sud si resiste e basta.

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