L’anomalia italiana della sindrome Cav

L’anomalia italiana della <strong>sindrome Cav</strong>

Silvio BerlusconiIn queste ore nessuno, dentro e fuori l’Italia, sa se il Paese continuerà ad avere un governo, se la condanna inflitta al leader politico del centrodestra avrà ripercussioni tali da mettere a repentaglio la tenuta stessa della democrazia italiana fino all’evocazione della guerra civile da parte di Sandro Bondi, pure uomo politico finora apparso moderato, se le minacce e i ricatti alle istituzioni e al capo dello Stato (tipo: se non viene data la grazia a Berlusconi, allora è rottura totale) siano solo frutto di una rabbia passeggera ed esasperata, come tale anche comprensibile, oppure qualcosa di più drammatico.

Ma già queste nubi e queste incertezze che incombono sulla Repubblica danno la misura dell’anomalia italiana.

In nessuna democrazia occidentale è mai accaduto che il destino delle istituzioni e della pacifica convivenza tra le parti politiche fosse legato al destino personale di un singolo uomo, per quanto importante esso sia e per quanto consenso esso o il suo partito riesca a raccogliere. Solo nei regimi assolutistici e dittatoriali c’è un legame indissolubile tra una singola personalità (monarca o dittatore) e il regime, tanto che per rovesciare la prima bisogna rovesciare anche il secondo.

In nessuna democrazia occidentale l’uscita di scena politica di un importante leader e governante ha avuto o ha minacciato di avere convulsioni tali da mettere a repentaglio il bene e l’interesse comune. E questo perché la democrazia, intesa come liberaldemocrazia, è quello Stato di diritto in cui tutti sono eguali e in cui governa l’impersonalità della legge, oltre che il consenso popolare.

In democrazia nessuno può ergersi al di sopra delle leggi e dell’ordinamento democratico complessivo, anche se ha dalla sua parte un cospicuo consenso elettorale.

Comunque sia, al di là della dottrina, nella vita pratica delle democrazie abbiamo avuto sempre numerosi esempi di leader e governanti costretti alle dimissioni involontarie e all’uscita dalla vita politica, senza che questo avesse conseguenze sulle istituzioni e sugli stessi partiti di appartenenza: dal presidente Usa, Nixon, costretto alle dimissioni nel 1974 per evitare l’impeachment del Congresso all’ex Cancelliere tedesco Kohl, artefice della riunificazione tedesca, che nel 1999 dovette abbandonare la vita politica per lo scandalo di fondi neri al suo partito.

In più tutti i grandi leader occidentali, di destra, di centro e di sinistra, hanno una vita politica media da protagonisti che non supera mai normalmente i 15 anni: i presidenti americani 8 anni, poi escono dalla scena politica; la Thatcher 11 anni, Blair 10 anni (13 come leader di partito), Mitterrand 14. Solo Helmut Kohl è un’eccezione con 25 anni di leadership.
E nessuno dei grandi leader democratici ha mai avuto, controllato e dominato un partito personale alla stregua del dominio che Berlusconi ha esercitato e continua a esercitare, anche in queste ore drammatiche, sul suo.
Anche questa è una anomalia profonda. La democrazia ammette e anzi sollecita forti personalità al posto di comando, ma non può ammettere i partiti interamente personali.

Nelle democrazie la regola è che i partiti, quando sono veri, restano e continuano a vivere anche quando i loro leader, quand’anche questi fossero stati fondatori, sono costretti ad abbandonare la scena per i più disparati motivi.
La condanna inferta dalla Cassazione a Berlusconi è inappellabile e irrevocabile. Può non piacere, può essere discussa (ci mancherebbe altro), ma deve essere osservata e applicata. Non ci sono né alternative, né scorciatoie, né ricatti e minacce che tengano.

Altrimenti è la sovversione dello stato di diritto, è il rifiuto antidemocratico dell’uguaglianza della legge, è la negazione illiberale del primato della legge e della separazione dei poteri.

Se Berlusconi si ribellasse alla sentenza del terzo grado di giudizio, ogni cittadino condannato in via definitiva potrebbe fare altrettanto. Non abbiamo scelta: o ci fidiamo del nostro ordinamento giudiziario nel senso dello Stato di diritto (fatte salve le doverose critiche alle pur gravi disfunzioni e la necessità di riforma), oppure ognuno è giudice in proprio (e sarebbe l’anarchia), oppure a decidere sarebbe il plebiscito popolare (quello che mandò a morte Gesù preferendogli Barabba).

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