Lo psicodramma del precariato made in Sicily

Lo psicodramma del <strong>precariato made in Sicily</strong>

Da qui a dicembre prossimo, nella spasmodica attesa di una proroga della proroga, si consumerà lo psicodramma dei precari della Pubblica amministrazione in Sicilia. I primi calcoli, rispetto al provvedimento del governo sulle regole per la stabilizzazione, destano gravi preoccupazioni perché risulterebbero favorevoli, e comunque solo in un tempo medio-lungo, ad una piccola quota del precariato regionale interessato rispetto all’ammontare complessivo stimato in più di ventimila unità.

precari_siciliaL’uso del condizionale è appropriato e qui sorge il primo rammarico dovuto al rifiuto, sempre opposto da parte delle istituzioni, di tracciare una mappa precisa dei precari, delle loro funzioni, dei loro titoli e soprattutto del reddito familiare. Una lacuna che finisce oggi col mettere sullo stesso piano il percettore di 800 euro mensili che fa il capo dell’ufficio tecnico e la “moglie del farmacista” imboscata in un improbabile ufficio decentrato, che con gli 800 euro comprerà un capo d’abbigliamento “griffato” al mese. Non conosciamo neppure una disaggregazione per età che potrebbe essere utile per studiare misure di accompagnamento alla pensione.

E sembra paradossale immaginare questo “esercito” virtuale alle prese con test e dispense per superare un concorso, a meno che non si tratti della solita finzione come sta accadendo in un settore decisivo per la qualità della vita come la sanità.

Ora, questa ricognizione, della quale parliamo e che, sia pure in diverse versioni, sarà indispensabile, non potrà essere compiuta se non nell’arco di più anni. Con buona pace delle aspettative suscitate nei giovani diplomati e laureati che tra i percorsi di inserimento nel mercato del lavoro considerano anche l’ingresso nella Pubblica amministrazione.
Come era da attendersi, parlare di precariato in Sicilia rinvia ad analisi talvolta apodittiche ed inutilmente criminalizzanti.

Il precariato in Sicilia sostenuto da partiti, sindacati, associazioni d’interesse è nato da più di un trentennio con tre obiettivi non necessariamente alternativi tra loro. Creare occupazione, anche falsa, in un sistema economico debolissimo nel quale un settore (agricoltura) espelleva addetti, un altro (industria) non era assolutamente in grado di assorbirli pur potendo, ed in molti casi attendendo incentivi per farlo, ma godendo comunque del consumo del reddito precario, ed un terzo (servizi) doveva necessariamente costituire l’area di collocamento, precario appunto. Con un alibi più volte sbandierato: il precariato siciliano era la risposta alla cassa integrazione del Nord così come tante altre provvidenze (braccianti, forestali, formazione). La disoccupazione del Nord nasceva da licenziamenti cui si provvedeva con una rete di protezione. Quella del Sud nasceva dalla mancanza di assunzioni per la quale non era prevista alcuna rete di protezione se non la creazione di precariato. Cassa e precariato erano i pilastri della spesa a favore delle attività produttive in cicli di crisi sia al Nord che al Sud.

Il secondo nasceva da necessità funzionali. Spesso i grandi Comuni si trovavano con organici sottodimensionati e poterli impinguare a spese altresì era un vero e proprio regalo.
Il terzo era ovviamente di stampo politico-clientelare. Esisteva già un “porcellum” ed era quello dei precari: designati, lottizzati, assunti da simulacri di cooperative in nome di un rapporto di fedeltà al “riferimento”. Fedeltà che ovviamente veniva alimentata dall’incertezza per il futuro. Se per ipotesi la Sicilia fosse commissariata dall’Unione europea e quest’ultima volesse ripristinare il Tribunale di Norimberga per giudicare i criminali del precariato, nessun siciliano potrebbe sottrarsi ad un’esemplare condanna. Sono di certo riportare male le parole di un ministro siciliano, figlio di un noto politico, che denuncia un uso criminale del precariato.

E’ bene tenere la questione sotto traccia, non alimentarla con inutili allarmismi, provare a mettere mano a regole che, senza tradire l’impianto della legge, comunque possano compensare gli effetti negativi o “spalmarli” (una parola che ormai fa parte del gergo politico-contabile) negli anni. Sapendo però che, con riferimento al problema del precariato, nessun siciliano over 30 negli anni ’80 (questo invece è termine del gergo calcistico) può ritenersi non complice di una politica sostanzialmente tesa a risolvere un problema, addossandone i costi ad un soggetto futuro non identificabile e comunque godendo di una rendita di posizione. Intaccata, ma non azzerata, dall’avvento di nuove formazioni politiche under trenta che però sul precariato non sembrano aver alcunché di interessante da dire. Forse per un precario pensiero.

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