Sant’Agata di Militello. L’arte di Vincenzo Consolo, autore che ha avuto come tema costante la Sicilia

<strong>Sant’Agata di Militello</strong>. L’arte di Vincenzo Consolo, autore che ha avuto come tema costante la Sicilia
Vincenzo Consolo

Un mese fa moriva Vincenzo Consolo, autore che ha avuto come tema costante la Sicilia, ossessione vitale per la sua arte nelle accensioni mescidate della lingua e nei percorsi narrativi. Da “Il sorriso dell’ignoto marinaio” (1976) a “Il corteo di Dioniso” (2009) la reiterazione del “viaggio”, storico-letterario o reale, attraverso i luoghi dell’isola e le sue millenarie vicende, allinea dalla preistoria ad oggi una sequela di epoche, fatti, figure che, in un brulichio di vite e di “naufragi”, restituiscono il “rovescio” dell’esistenza umana di contro ogni scenografica apparenza o illusoria idealità.
La morte, il vuoto, il silenzio marcano per Consolo l’agire dell’uomo, illusionistico “conato” sempre travagliato e troppo spesso “efferato”, che sfocia “nell’immota eternitate”.

La Sicilia “terra antica degli dei, delle arti, delle conquiste e disastrosi avanzi” appare osservatorio privilegiato di disinganni soggettivi e sconfitte di generazioni. Pur ponendosi l’isola con le vestigia del suo passato (Pantalica, Ispica, Mozia, Segesta, Selinunte, Palermo, Cefalù, Siracusa) alle origini stesse della Civiltà e al centro del mondo mediterraneo, nei secoli è venuta decadendo per fame e schiavizzazione dei ceti popolari, prevaricazioni baronali e clericali, ingiustizie dei poteri statuali, violenze della mafia, saccheggio e degrado del territorio, involgarimento del costume. Il viaggio a ritroso scatta nello scrittore per disagio e rifiuto del presente e insegue il “sogno” tutto letterario di una autenticità e identità perdute. Il che non riguarda solo la condizione siciliana, ma tutto l’orizzonte vitale alienato della modernità occidentale come emerge pure dalla dialettica passato/presente dei racconti “Nerò Metallicò” e “Il teatro del sole” riediti ne “Il corteo di Dioniso”.

Nel primo l’autore ironizzando sulla banalizzazione consumistica del turismo e dell’8 marzo, si rifugia, complici un cratere di bronzo del museo di Salonicco e la visita alla città di Dion, nelle suggestioni di un corteo dionisiaco e nel ricordo scolastico de “Le Baccanti” di Euripide, dove i miti affini di Demetra e di Dioniso incarnano la primordiale religiosa inchiesta dell’uomo sul mistero della vita e della morte e sull’invasamento poetico.

Nel secondo l’allucinata sfilata storica per la piazza dei Quattro Canti di Palermo, dal fulgore abbagliante dei periodi arabo, normanno, svevo ai tempi ferrei degli spagnoli e degli inquisitori, alla peste del ‘700, alla malavita attuale, fa da pretesto all’armonico “assemblaggio”, per inganno d’Arte, di pezzi di monumenti e di paesaggio siciliani in un presepe commissionato dal Comune di Parigi. Ancora una Sicilia “favola fuori del tempo” sullo sfondo di una Parigi invernale scossa da scioperi e traffico caotico mentre la voce narrante recita: «Cantano i bimbi e scoppia il tritolo… Parlo della Sicilia o parlo di questo mondo? E la Natività estatica e i sorrisi infantili ritessono il sonno/sogno di ogni inizio, l’illusione effimera della rigenerazione».

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