Tempi e Terre. Per l’insostenibile leggerezza dei Tempi é bene ricominciare dalle nostre Terre.

<strong>Tempi e Terre</strong>. Per l’insostenibile leggerezza dei Tempi é bene ricominciare dalle nostre Terre.

La Sicilia è ferma, ferma per modo di dire.

In realtà, va indietro, si distanzia sempre più dagli standard toccati dalle altre regioni italiane e dell’est europeo. Da troppo tempo siamo ostaggi di gruppi dominanti che subiscono input di strategie nord centriche, fazioni che si vedono costrette, con compiacenza, a guardare al proprio conservatorismo territoriale, che è a vantaggio di pochi ed a discapita dell’intera collettività.

Questo è il nodo politico, culturale e storico che nessuno dei responsabili è disposto ad ammettere e soprattutto in mancanza di attributi culturali ed organizzativi riesce a sostenere. Il vero dramma della Sicilia sta in questa assenza di percezione, di reazione e di reale dissenso, anzi, guai a chi fa notare le vistose crepe di questo deforme edificio del potere. Il processo ha radici vecchie e la mancanza di reali capacità percettive pone sempre dinnanzi a sé gli stessi problemi, mai risolti e sempre rinviati.

Scetticismo o specchio della realtà?. Il cambiamento? sarà per un’altra volta, o è l’ora d’iniziare!.

Ognuno può farsene un’idea da sé, guardandosi intorno sembra che l’esplosione sistemica é ormai prossima, il limite ultimo si palpa giorno dopo giorno.

Nelle dinamiche economiche, sociali e culturali la staticità non ha casa, chi è immobile viene superato da altri che procedono anche lentamente e senza che accada nulla i giovani e le nuove classi emergenti, invece di reagire, se ne vanno, tormentati e rassegnati in cerca di luoghi di studio e di lavoro degni delle proprie aspirazioni. Rimangono i figli dell’illegalità, della raccomandazione e del peggiore clientelismo. La Sicilia sembra fatta per loro. Spiace rilevarlo, ma è opportuno evidenziare che questo sistema produce solo autoreferenzazione, mediocrità ed incompetenza, mali che affliggono la nostra società civile a tutti i livelli.

Troppe sono le responsabilità e le incapacità dimostrate dai politicanti della politica per mestiere, un clima pesante che coinvolge e connota i comportamenti di quasi tutto il corpo politico di maggioranza e d’opposizione, con la gravissima responsabilità di chi, per sopravvivere, ha stravolto la corretta dialettica democratica ed elettorale e si è lasciato stravolgere e corrompere dalla partecipazione a giunte che non hanno né testa né coda.

La Sicilia è come sequestrata dal conservatorismo dei suoi ceti dominanti. Taluni partiti e loro rappresentanti, dietro lo scudo logorato dell’Autonomia, si comportano come un formidabile blocco consociativo che si oppone a qualsiasi cambiamento. Peraltro, nella celebre frase del Gattopardo “Bisogna cambiare tutto per non cambiare niente” si sintetizza l’opportunismo dei ceti dominanti e l’operazione trasformistica di cui si fanno portatori per la perpetua conservazione di privilegi economici, sociali e politici. Questo ad esplicitare che in Sicilia, il cambiamento, quando si è verificato, non sempre è andato nella direzione del progresso, della legalità e dell’uguaglianza. Perciò un po’ tutti lo temono, anche coloro che sinceramente lo desiderano o fanno finta di desiderarlo.

Ma per conservare cosa?.

Questa non solo è la sensazione più diffusa fra la gente, ma é tempo che gli strateghi comincino a rispondere delle loro azioni all’opinione pubblica, ai tanti interrogativi reali che molti si pongono e che necessariamente dovranno trovare risposta. Si chiama semplicemente trasparenza, trasparenza che va nell’interesse dell’intera collettività, smettendola con il becero trasformismo che puzza da tutti i lati, sa di stantio e non affascina più nessuno.

Da dove iniziare?. Cosa fare?. Quale direzione seguire?.

Per liberarla ci vogliono riforme vere ossia capaci di modificare lo stato di cose presenti e di spostare in avanti il ruolo delle forze sane e fattive, anche imprenditoriali, modificando a loro favore i rapporti di forza nelle istituzioni, nell’economia e nella società. Per affrontare questa prospettiva è necessario uno sforzo concreto di autorigenerazione dei partiti.

In mancanza, i siciliani onesti dovrebbero decidersi a uscire dal guscio dell’individualismo e del timore reverenziale, dal recinto di militanze abitudinarie e ininfluenti e insieme ritrovarsi in campo aperto iniziando a guardare la propria terra come unico ed unificante bene comune, che ci potrà fare emancipare anche dal quel “cialtronismo settentrionale” che da un lato ci considera come una palla al piede e dall’altra come ottimi consumatori dei loro prodotti, alla faccia di quel federalismo fiscale che va solo nelle loro tasche. E questa è una storia che dovrà trovare risposta.

Ricominciamo dalle nostre Terre.

 

Nicola Napoli

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