Fatti non foste a viver come bruti …

<strong>Fatti non foste</strong> a viver come bruti …

A cura di Danilo Serra.

“…A immagine di Dio Egli lo creò.”[1]

Danilo SerraLa gente, denunciava a suo tempo il filosofo Mosè Maiominde (1138-1204), pensa che “immagine” (selem in ebraico) designi la composizione materiale, organica. Essa crede che Dio sia corpo, figura, configurazione fisica.

Per questo la Bibbia dice “Facciamo l’uomo a Nostra immagine e somiglianza (demut)” [2]. Dio sembrerebbe essere dotato di una faccia e di una mano. Questo è ciò che il pensatore ebraico definisce antropomorfismo puro: conferire al divino caratteristiche e sembianze umane.

L’ “immagine” e la “somiglianza” di cui parla il Testo Sacro, tuttavia, non sono per Maimonide dei riferimenti fisici, che sembrerebbero porre sullo stesso piano corporeo Dio e l’Uomo, ma degli aspetti concettuali tesi a legare (e paragonare) comprensione intellettuale e comprensione divina. L’uomo è Dio quando pensa, fatto a sua immagine e somiglianza. L’Intelletto è ciò che l’Assoluto ha emanato sull’uomo, rendendo il finito capace di distinguere il bene dal male, il vero dal falso. Chi acquisisce sapienza è degno di essere immortale. La vera perfezione, la vera felicità fine a sé stessa, è stata donata dall’Immenso: pensare significa esistere.

L’uomo è soprattutto intelletto. Il “sommo bene” per lui, la sua perfetta felicità, consiste nell’esercizio attivo del pensiero.

Nella sua Etica Nicomachea, Aristotele ha saputo affrontare in modo decisamente sistematico problemi e tematiche fondamentali della riflessione morale di ogni tempo: il bene per l’uomo, la felicità, la libertà, la virtù, la politica, il dovere, solo per fare alcuni esempi.

Dalle pagine aristoteliche (e pro-aristoteliche) emerge con chiarezza la sottile ed eterna connessione tra felicità ed attività contemplativa. La vita teorica, lo studio, l’acquisizione del sapere, lo sviluppo del pensiero. Qui, per Aristotele, va ricercata la fonte della perenne e perentoria felicità umana.

La pensée et le mouvant fu il titolo originale di una raccolta, datata 1938, contenente alcuni saggi decisivi per comprendere la filosofia di Henri Bergson. In essa traspare la visione di un pensiero posto in termini di percezione dilatata: guardare alla materia come capacità di guadagnare (astrarre) forme, concetti, idee. Una materialità viva e non inerte, attraversata incessantemente dall’inafferrabile movimento (Mouvant).

L’uomo è veramente tale nel momento in cui si rapporta positivamente con quelli che sono i suoi pensieri. È solo in quel frangente che si riesce a spezzare la rigidità del firmamento. È solo in quell’attimo, liberi dalla stabilità fisica, che ci si sente trasportare verso mete astratte e superiori. Il movimento (Be-wegung) del Pensare, scorrere naturale di un pensiero umano libero ed incondizionato, si fa così palese, si presenta, si rivolge in attesa di essere ascoltato (accudito).

… non vogliate negar l’esperienza di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza.

(DANTE ALIGHIERI, Divina Commedia, Inferno canto XXVI, 116-120)

 Queste frasi, indelebili, presenti nel XXVI canto dell’Inferno della Divina Commedia, sono pronunciate da Ulisse. Il personaggio omerico, rivisitato per l’occasione da Dante e condannato nel cerchio dei consiglieri fraudolenti, rivolgendosi ai compagni con i quali s’imbarca, pre-tende di osare l’ignoto e l’incondizionato in quello che Alighieri definisce il folle volo, sconfinando dai limiti umani e violando le celesti leggi divine. Ulisse diviene il simbolo di una folle ragione umana che si è staccata da Dio. Una ragione che, perdendo il contatto con la trascendenza, sganciandosi dai binari della Veritas, ha perduto tutta la sua essenza spirituale. La follia di Ulisse, però, non è una follia antireligiosa, tutt’altro. È quel fol hardment (folle ardire) di cui parlava Brunetto Latini nel suo Trésor. Un volo irragionevole, un osare l’insuperabile, oltre le colonne d’Ercole, aldilà della legge scritta, alla ricerca di qualcosa che non era dato conoscere agli uomini. «Follia, folle ardimento è dunque un traboccare della magnanimità in eccesso, un esporsi a grandi, insuperabili pericoli: qualcosa che nasce da virtù ma non è più virtù perché dalla medietà trapassa in eccesso» (F. Forti).

D’altra parte, separandoci dalla visione teologico-medioevale radicata nella mente di Dante (il suo mondo è il mondo del Medioevo), la potenza illimitata dei versi tende a ribadire e porre l’accento su quello che è il primissimo dovere morale dell’Uomo: muoversi alla conquista, ragionata, della conoscenza e della virtù, del sapere e della disposizione d‘animo volta al bene.

Nel “seguir virtute e canoscenza”, dunque, la dignità dell’Uomo si eleva. L’Uomo diviene Uomo. L’Uomo diviene sé medesimo.

 


[1] Genesi, 39,6.

[2] Genesi, 1,26.

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