Due anni senza Giovanni Lo Porto

Due anni senza Giovanni Lo Porto.
Il cooperante rapito in Pakistan il 19 gennaio 2012

Il giovane volontario di Palermo è stato sequestrato da un gruppo legato ai Taleban assieme al collega tedesco Bern Muehlenbeck il 19 gennaio del 2012 vicino a Multan, nel nord del Pakistan. Lavoravano entrambi per la ong Wel Hunger Hilfe. Da allora si sono perse le loro tracce. “Abbiamo rispettato per tutto questo tempo il silenzio chiesto dalla Farnesina”, spiega Valeria De Marco, “ma adesso lanciamo una campagna per ricordare il suo caso e chiedere la liberazione”. Da tutto il mondo l’appello su cartelli mostrati da centinaia di uomini e donne. La madre ha avuto un crollo psicologico ma continua a sperare. La raccolta delle firme consegnate a Napolitano e Letta. Una lettera al Papa: “Preghi per mio figlio, Santità”.

giovanni_lo_portoROMA – “La famiglia di Giovanni è distrutta. Non ce la fa più. Soprattutto Giusi, la madre. Ha retto questi due lunghi anni di attesa e di tensione. Adesso è crollata. Fisicamente e psicologicamente. Non molla. Non cede ai silenzi, ai dubbi, all’angoscia. Come ogni madre tiene duro. Sa, vuole credere, è convinta che suo figlio tornerà a casa. Ma è difficile, è molto depressa”. Valeria De Marco è la portavoce della famiglia di Giovanni Lo Porto, da tutti chiamato Giancarlo, il volontario di 38 anni rapito il 19 gennaio del 2012 vicino alla città di Multan, la città dei Sufi, la più antica del subcontinente asiatico, nel cuore del Punjab, a metà strada tra Lahore e Quetta, nel nord del Pakistan. Domenica prossima è una giornata amara per il nostro connazionale. Saranno passati due anni esatti dalla suo sequestro assieme al collega e compagno di lavoro Bern Muehlenbeck, cittadino tedesco di 59 anni. Entrambi lavoravano per la ong Wel Hunger Hilfe, impegnata sul campo per assistere le popolazioni locali.

Un gruppo di uomini armati, una delle tante bande che agiscono nella regione, legati ai gruppi Teleban pachistani presenti nelle aree tribali a cavallo tra Pakistan e Afghhanistan, li ha prelevati dal loro compound e li ha trasferiti in un luogo segreto. Da quel giorno dei due cooperanti sono perse le tracce. Solo nell’ottobre del 2012 è stato postato su Youtube un video nel quale Muehlenbeck affermava di essere stato rapito e tenuto prigioniero. Chiedeva aiuto e l’avvio di una trattativa. “Siamo in difficoltà”, diceva. “Per favore accogliete le richieste dei mujahidin. Possono ucciderci in qualsiasi momento. Non sappiamo quando. Oggi, domani, tra tre giorni”. L’uso del plurale ha fatto ben sperare. Era la prova, indiretta, che si trovava in compagnia di Giovanni.

“Da quel momento”, ricorda adesso Valeria De Marco, “non abbiamo saputo più nulla. L’Unità di crisi della Farnesina è sempre attenta e sensibile. Contatta ogni giorno la madre di Giovanni. Cerca di rassicurarla, di darle forza. Ma dopo due anni non basta più. Abbiamo rispettato il silenzio che ci veniva chiesto per non compromettere le azioni di chi si sta occupando del caso. Sono passati due anni e questo silenzio, purtroppo, non ha prodotto alcun risultato. restiamo fiduciosi nell’azione della Farnesina, ma vogliamo tenere alta l’attenzione sul nostro amico e compagno di lavoro”.

È stata avviata una campagna di solidarietà, sono state raccolte già 50 mila firme sul sito www.change.org poi consegnate con due lettere al presidente Giorgio Napolitano e al premier Gianni Letta. La madre di Giovanni ha scritto anche a papa Francesco. Una lettera semplice ma accorata nella quale invita il pontefice a pregare per il figlio. “In occasione dell’anniversario del rapimento”, spiega  De Marco, “abbiamo messo in rete un video nel quale da tutto il mondo decine di uomini e donne espongono cartelli che chiedono la liberazione di Giovanni”. Funzionerà? “Speriamo proprio di sì. C’è bisogno di scuotere l’azione del governo. Giovanni Lo Porto è un cittadino italiano. Dopo due anni deve tornare a casa”.

repubblica

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