La Ferdinandea tra passato e presente: alla scoperta dell’isola che non c’è

La Ferdinandea tra passato e presente: alla scoperta dell’isola che non c’è

Il lembo di terra affiorato e poi scomparso nel 1831 al largo di Sciacca è stato fonte di suggestioni letterarie e ricerche scientifiche. Oggi è un vulcano sommerso oasi di biodiversità

Giugno 1831. Una serie di scosse telluriche sconvolge la città di Sciacca. Erano i segni di un evento geologico senza precedenti: la nascita in mezzo al mare dell’isola Ferdinandea. Un vulcano a poche miglia dalla città e dall’isola di Pantelleria, in questo tratto del Canale di Sicilia che presto diventerà scenario di dispute internazionali irrisolte.

L’eruzione dell’Isola Ferdinandea in un dipinto di Camillo De Vito (foto Wikipedia)

Tra il 18 e il 20 luglio 1831, il geologo tedesco Friedrich Hoffmann fu il primo a recarsi sul posto per un resoconto sull’isola appena affiorata. Partito da Palermo nella notte tra il 18 e il 19 luglio attraversando la strada di Corleone per Sciacca, essendo il punto più vicino alla costa per osservare il fenomeno, Hoffmann racconta così nella prima parte del suo testo: “Favoriti da un tempo bellissimo, giungemmo nella notte del 20. Trovandoci ancora a circa diciotto miglia distanti dalla spiaggia, sopra le alture tra Contessa e Sambuca, scoprimmo per la prima volta l’oggetto desiderato del nostro viaggio, formante una colonna di fumo densissimo che si alzava in mezzo dell’alto mare. Avvicinatici nell’oscuro della notte a Sciacca, noi vedemmo di tanto in tanto, nella stessa direzione, comparire un rossore lampeggiante all’orizzonte, inviluppato nella nebbia che allora l’offuscava”.

Uno scorcio di Sciacca dalla Torre di San Michele

Era luglio. La Sicilia fremeva per l’arrivo a Palermo, di re Ferdinando II di Borbone, in occasione della festa di Santa Rosalia, che ogni anno si celebra in questo periodo. Anche il mare fremeva, solcato dai pescatori di Sciacca che battevano le acque antistanti la costa siciliana sud-occidentale. Il mare ribolliva e dalle profondità venivano a galla grandi cernie “bollite”, pomici e chiazze oleose mentre l’aria odorava di zolfo. Il 5 luglio, al rimescolio delle acque si aggiungeva la fuoriuscita di fumo. Poi l’emissione di lava infuocata, cenere e lapilli, il 7 luglio. Oltre al sollevarsi di alte colonne d’acqua. Uno spettacolare quanto terrificante evento ben visibile dalla città.

Scienziati da ogni parte del mondo si affrettarono a studiare lo strano fenomeno a distanza durante l’eruzione e poi sbarcandovi. Tra questi Carlo Gemmellaro, dell’Università di Catania, che nel corso di un’importante conferenza annunciò di dedicare l’isola a sua Maestà Ferdinando II di Borbone battezzandola “Ferdinandea”.

Monte Kronio

Il 21 luglio, Hoffmann racconta di una gita nei dintorni di Sciacca, al Monte di San Calogero, con le sue stufe e le acque termali, aspettando l’occasione favorevole per raggiungere l’isola appena nata. Una storia antichissima quella di Sciacca e dei suoi fenomeni caloriferi naturali, come quelli nelle grotte di Monte Kronio, utilizzati a scopo terapeutico. Continua così lo studioso tedesco: “Noi trovammo la loro temperatura ed abbondanza non alterate, per la vicina eruzione vulcanica, e ci divertimmo assai volte di scorgere quella gran massa di fumo che continuamente si alzava dall’orizzonte, fino all’altezza di più di venti gradi”.

Sciacca dal mare

Anche gli abitanti assistono all’evento straordinario. La sera del 21 luglio, dal piano di San Domenico (o piazza Angelo Scandaliato, nel centro della città) Hoffmann e i suoi amici naturalisti che lo accompagnavano in viaggio, i signori Schult e Philippi di Berlino, e il signor Escher della Linth di Zurigo, scorsero le manifestazioni dell’isola all’orizzonte: “Osservammo insieme a molti abitanti della città assai spesso quel sopraddetto rossore lampeggiante nel denso fumo dell’alta colonna e udimmo con una certa commozione assai chiaramente un rimbombo molto rassomigliante ad un lontano cannoneggiamento continuato talvolta per lo spazio d’un quarto d’ora e più”.

Le barche ordinarie non potevano raggiungere l’isola. Finalmente alle tre del pomeriggio del 24 luglio Hoffmann si era avvicinato molto alla grande colonna di fumo. Il geologo e i suoi rimasero incantati dai “giganti nuvoloni di fumo bianchissimo simili a grandi palloni di neve freschissima, o di bianco cotone lanciato incessantemente nell’aria, che fuoriuscivano con una velocità incredibile e quasi ininterrottamente”. Nell’intervallo di due minuti, la colonna veniva spezzata da un getto di scorie, ceneri e acqua che formavano una mescolanza.

Il Banco di Graham

Il vulcano sottomarino formò progressivamente un cono vulcanico di circa 65 metri, largo poco meno di 300, con un perimetro di quasi 1 chilometro, che affiorava appena di 4 metri sul livello del mare. “L’attività eruttiva – come riporta l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – si posiziona su un basamento lavico sommerso a 200 metri sotto il livello del mare dove si riconoscono almeno altri 9 piccoli apparati. Recenti ricerche oceanografiche hanno evidenziato che il Banco Graham (nome attribuito all’isola dagli inglesi) costituisce con i vicini banchi ‘Terribile’ e ‘Nerita’ uno dei coni associati al vulcano sottomarino Empedocle, un grande edificio vulcanico che si eleva a circa 500 metri dal fondo del mare”.

Corallo al Museo Nocito

Spezzando i giacimenti semi fossili di corallo, l’eruzione diede inizio alla pesca “miracolosa” del Corallo di Sciacca. Unico al mondo per colore e composizione. La tradizione vive ancora con artigiani d’eccellenza. Come riporta ancora l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia: “L’eruzione che cessò il 20 agosto lasciò al centro una piccola mofeta fumante e ribollente. Per la fragilità delle rocce, per l’assenza di altre eruzioni, l’isola fu erosa dal mare nel giro di pochi mesi. Le cronache riportano altre due emersioni nel 1846 e nel 1863. Oggi, il banco sommerso a meno di 6,9 metri rappresenta il relitto dell’isola e può essere esplorato”.

Tutti volevano Ferdinandea. Si trattava di una terra emersa in un tratto di mare di grande importanza strategica: il centro del Canale di Sicilia. Mentre dalle semplici rivendicazioni si stava passando al possesso territoriale, con navi da guerra che si affollavano intorno al nuovo vulcano, l’isola sembrò beffare tutti scomparendo per sempre nel mare.

Lapide sui resti dell’isola Ferdinandea (foto Domenico Macaluso)

L’interesse ritorna nel 1995 quando Domenico Macaluso, direttore scientifico del Wwf Sicilia Area Mediterranea, insieme ad un gruppo di geologi, inizia delle immersioni per conoscere i resti del leggendario vulcano, per documentarlo e prelevare pezzi di roccia da esaminare. “In seguito alle nostre esplorazioni tornano gli interessi della Gran Bretagna che sospettosa, immagina che l’isola stesse per riemergere”, racconta Macaluso. La risposta degli studiosi fu provocatoria: “Abbiamo invitato a Sciacca il principe Carlo Di Borbone, discendente diretto di Re Ferdinando, per donare ciò che restava dell’isola al popolo siciliano, con la deposizione subacquea di una lapide in marmo, in cui oltre a quello borbonico spiccavano gli stemmi in ceramica della Lega Navale, promotrice dell’iniziativa e del Comune di Sciacca, che recitava ‘Questo lembo di terra una volta isola Ferdinandea era e sarà sempre del popolo siciliano’”.

Macaluso recupera la lapide rotta dagli inglesi

Alla cerimonia del 21 marzo 2001 (inizialmente prevista l’1 ottobre del 2000) partecipa la stampa internazionale. Prima che gli inglesi due mesi dopo raggiunsero il mare di Sciacca per distruggere la lapide. La reazione fu quella di preparare una nuova lapide in bronzo donata dalla principessa Beatrice Di Borbone e apposta sui fondali marini. “Al di là della singolare e straordinaria storia dell’isola, la Ferdinandea sottomarina rappresenta oggi un paradiso di biologia marina. Un trionfo di biodiversità, per la grande varietà di animali, piante e organismi che trovano rifugio in questa oasi del Mediterraneo”, spiega Macaluso. Anemoni, sargassi, tane di dotti e cerniotte. Se si è fortunati anche stelle marine, aragoste, torpedini e barracuda. Dentici, ricciole, delfini e tartarughe, squali volpe e verdesche.

Domenico Macaluso sul culmine della Ferdinandea

Scendendo lungo i massoni, fino ai 30 metri, si arriva all’interno del cono vulcanico, vera distesa di sabbia nera. “Ma le nostre più recenti immersioni hanno evidenziato purtroppo che l’ecosistema sta risentendo delle variazioni climatiche. Molti pesci che vi stazionavano da millenni grazie alle fresche acque ricche di ossigeno sono fuggiti. Rimpiazzati da specie aliene provenienti dai mari tropicali che rompendo delicatissimi equilibri – conclude l’esperto – stanno alterando questo incomparabile mondo sottomarino”.

Immersioni alla Ferdinandea (foto Domenico Macaluso)

Macaluso racconterà la sua esperienza con la Ferdinandea ai giovani studenti delle Direzione Didattica 1° Circolo “Giovanni XXIII” di Sciacca, giovedì 7 aprile alle 10,30 al complesso Fazello, nel corso di un ciclo di incontri, nato in seno al Festival FerdinanDea, in corso a Sciacca, organizzato dalle Vie dei Tesori, in collaborazione con il Comune (ve ne abbiamo parlato qui). “È importante far conoscere alle nuove generazioni questo paradiso sottomarino, sensibilizzando i ragazzi al rispetto verso il mare, non solo fonte di vita, ma anche fucina di storia. Ecco lo straordinario servizio offerto da iniziative come questo Festival, che contribuendo a mantenere vive storia e tradizioni, rinnova la consapevolezza della grande bellezza della nostra terra e del nostro mare”.

 

 

Fonte: magazine.leviedeitesori.com

Scrivi un commento da Facebook

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.