Quando il vino si fa storia: gli antichi palmenti rupestri siciliani

Quando il vino si fa storia: gli antichi palmenti rupestri siciliani

Da un capo all’altro dell’Isola sono presenti diversi siti scavati nella roccia, destinati alla pigiatura delle uve e alla fermentazione dei mosti. Un patrimonio da valorizzare studiato dall’archeoastronomo Andrea Orlando.

Quello dei palmenti rupestri in Sicilia è un immenso patrimonio da scoprire. Monumenti poco conosciuti o valorizzati, legati alla produzione del vino nell’antichità. Destinati alla pigiatura delle uve e alla fermentazione dei mosti, questi massi isolati, nei quali solitamente venivano scavate due vasche comunicanti tra loro da un foro, sono ricavati nella roccia arenaria. La grande tradizione vitivinicola in Sicilia viene confermata dalla presenza dei palmenti in varie zone dell’Isola: nelle province di Agrigento, Ragusa e Palermo, ma anche in quella messinese. Nei territori di Tripi e Basicò sono stati ritrovati decine di palmenti, negli ultimi anni.

Palmento della Risinata a Sambuca di Sicilia (foto di Andrea Orlando)

Tracce di vino sono state ritrovate, secondo alcune fonti, 5.000 anni fa (Età del Rame) in alcune giare, nelle grotte di Monte Kronio a Sciacca, nell’Agrigentino. Uno dei più complessi e suggestivi palmenti dell’isola è quello nel Parco della Risinata, a Sambuca di Sicilia, nella zona del Lago Arancio.

Uno dei palmenti di Rocca Pizzicata (foto di Emilio Messina)

“Formato da un sistema di vasche circolari e quadrangolari, in alcuni casi parzialmente coperte e collegate, canalizzazioni e fori riconducibili a strutture in materiale deperibile per la ripartizione funzionale degli spazi, la sua datazione è ipoteticamente riferibile all’epoca punico-ellenistica, grazie alla morfologia e all’impasto di alcuni bacini e di frammenti di due grandi pithoi, attestati nel sito archeologico di Monte Adranone”, racconta l’archeastronomo Andrea Orlando, che ha ideato e condotto insieme ai professionisti dell’Ias (Istituto di Archeastronomia Siciliana) uno studio sui siti rupestri della Valle Alcantara, durato 5 anni, dal 2015 al 2020. Una grande ricerca che ha permesso di conoscere e censire tombe, altari, grotte e palmenti rupestri.

Uno dei palmenti rupestri della Rocca di Vaniere nella Valle Alcantara (foto di Emilio Messina)

Anche il territorio etneo possiede numerosi palmenti. Secondo un primo censimento svolto nella zona Nord, nella Valle dell’Alcantara, sono stati già conteggiati più di 40 palmenti rupestri.“Immersi in un paesaggio mozzafiato, tra l’Etna, il fiume e le dolci colline, i palmenti della Valle Alcantara sono diversi nelle forme e nelle dimensioni. Solitamente queste strutture sfruttavano la conformazione e la pendenza del banco roccioso per la creazione delle vasche, di solito più di due. Ma ci sono esempi che possiedono anche tre vasche”, spiega Orlando.

Il palmento grande di Olgari (foto di Andrea Orlando)

E continua così circa la composizione di questi monumenti straordinari: “Nella vasca più grande, posta ad una quota più elevata, chiamata ‘pista’, veniva pigiata l’uva, mentre nella vasca inferiore, per la fermentazione, di solito più piccola, ma più profonda, veniva raccolto il mosto. Il liquido defluiva dalla vasca principale alla secondaria attraverso un foro nel tramezzo che metteva in comunicazione le due vasche. In alcuni casi, all’interno delle pareti della ‘pista’ si trovano degli incavi quadrangolari che suggeriscono l’utilizzo di una trave per la torchiatura. Attorno alle vasche, a volte, c’erano dei fori sul pavimento roccioso che permettevano l’alloggio di pali atti a realizzare una copertura del palmento. Il vino che andava a depositarsi nelle vasche secondarie, utilizzate per la fermentazione e la conservazione, veniva poi travasato in contenitori di ceramica per essere distribuito”.

Sistema di scale intagliate nella roccia nel sito di Rocca Pizzicata (foto di Emilio Messina)

È difficile datare questi monumenti scavati della rocciasia per la loro natura architettonica, che per l’assenza di materiale archeologico. “È bene ricordare però – spiega ancora Orlando – che nel Mediterraneo occidentale i palmenti, in diverse aree, si fanno risalire all’Età del Bronzo. È molto probabile che in Sicilia molti di questi impianti per la produzione del vino, che sfruttavano la vita selvatica, ‘vitis vinifera sylvestris’, si possano fare risalire a prima dell’arrivo dei Greci (VIII secolo avanti Cristo). Alcuni studi di archeobotanica e l’analisi morfologica dei palmenti confermano questa lettura”.

Uno degli altari rupestri nel sito di Rocca Pizzicata (foto di Emilio Messina)

Si ritiene che con l’arrivo dei Greci in Sicilia, la coltivazione della vite e la produzione del vino ebbero un forte sviluppo. “A dimostrarlo è l’iconografia delle monete di Naxos: il grappolo d’uva e la vite riconducono immediatamente alla produzione del vino e al culto di Dioniso, spesso raffigurato sulle monete greche. L’impatto della colonizzazione greca sulla viticoltura in Sicilia è comunque un tema aperto e dibattuto dagli studiosi”, dice lo studioso. In età romana e medievale si continuano a utilizzare i palmenti costruiti però in muratura secondo una tradizione che proseguirà fino al ventesimo secolo, con la realizzazione di monumentali strutture in pietra lavica, in area etnea.

Vasca di raccolta del palmento rupestre più grande nella Rocca di Vaniere (foto di Andrea Orlando)

Con lo scopo di promuovere un patrimonio che giace nascosto come quello dei palmenti siciliani è nato il format “Il vino nella roccia”, da un’idea di Andrea Orlando, dedicato al “wine trekking”, tra visite guidate e degustazione di vini.

Un’esperienza che ha visto coinvolto il territorio Etna Nord, nelle domeniche del 3 e 10 aprile, con due visite ad alcuni dei più suggestivi palmenti della Valle Alcantara. Si è andati alla scoperta dei palmenti di Rocca Pizzicata, tra Moio Alcantara e Roccella Valdemone, e poi di quelli di Rocca Vaniere, a confine tra Francavilla di Sicilia, Castiglione di Sicilia e Moio Alcantara.

 

Fonte: magazine.leviedeitesori.com

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