Machiavelli e “Il Principe”: tra fortuna e virtù

<strong>Machiavelli e “Il Principe”</strong>: tra fortuna e virtù
Danilo Serra

Niccolò Machiavelli nacque a Firenze il 3 maggio del 1469. La sua non è stata una vita semplice. Tra viaggi, esili e vari riconoscimenti, l’intellettuale toscano riuscì ben presto a rendersi immortale. La sua opera più celebre fu “Il Principe”, scritta intorno alla seconda metà del 1513 e pubblicata post mortem, nel 1532.

Dal titolo originale in lingua latina De Principatibus, il famoso trattato politico può essere definito come una sorta di camaleontico dizionario culturale del “machiavellismo”. L’autore si è impegnato a dipingere la figura del perfetto condottiero politico, prendendo in forte considerazione il mito della Roma repubblicana, esaltato principalmente dallo stesso Machiavelli nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. Il Principe è colui che dovrà guidare il popolo, e quindi i suoi sudditi, verso la salvezza e la vittoria. In quest’ottica, il conflitto non viene considerato <>, bensì <>.

Come sosterrà ben più tardi il filosofo tedesco Georg Hegel, la guerra è in grado di aiutare uno stato, rendendolo più coeso e vincente, e rafforzandolo decisamente sotto il punto di vista economico-militare. Attraverso un linguaggio concreto e talvolta aspro, arricchito da uno stile che non sdegna affatto i paragoni, le similitudini e le metafore, Niccolò Machiavelli celebra la forza, la decisione, l’Ars rhetorica, il rispetto, la razionalità, la saggezza, il senso di partecipazione. Sono tutte ottime “armi” legate al buon comandante politico, ovvero a colui che ha il compito di governare un popolo. Lo scritto è caratterizzato essenzialmente dal dualismo continuo fra fortuna e virtù. Il governatore deve prendere in forte considerazione la virtù, afferrando ed affermando le occasioni, in modo da relazionarsi con la fortuna (eventi esterni).

La virtù è dunque lo strumento fondamentale dell’energico “gladiatore” politico. Le qualità e le caratteristiche di quest’ultimo, si sintetizzano in due parole: spietato come un leone, furbo come una volpe; in sintesi, il monarca, dovrà rendersi feroce con l’obbiettivo di placare il popolo e farsi rispettare, ma anche compassionevole e razionale per cercare di instaurare una certa armonia sovrano-suddito. Machiavelli descrive, ne “Il Principe”, un modello politico assolutistico, perchè capace di stroncare, a suo parere, le gravi difficoltà che in quel periodo (età rinascimentale) affligevano Firenze e tutto il popolo italico, considerato ancora non maturo per sopravvivere ad una forma politica basata sugli ideali, i suoi, repubblicani. Politica e religione sono due concetti cardine della vasta opera umanistica, “Il Principe”. Machiavelli concepisce la religione come “instrumentum regni”, cioè un mezzo per regnare attraverso la partecipazione compatta del popolo.

E’ una religione di stato che deve essere mantenuta in termini prettamente politici; un mezzo che possa permettere al Principe di conquistare consenso popolare. Religione cristiana e Chiesa cattolica sono duramente criticate dal filosofo italiano poichè, entrambe, hanno avuto un ruolo principale nella mancata unità nazionale. E’ la religione dell’Antica Roma, basata su un nessun “credo” ecclesiastico, ad essere trionfalmente inneggiata. Essa è riuscita nella non facile missione di configurarsi come una forma di saldezza e unità per la Repubblica e, in seguito, per l’Impero.

Danilo Serra

Scrivi un commento da Facebook

Lascia una risposta

Your email address will not be published.