Leoluca Orlando: «Con il nuovo ‘Movimento democrazia costituzionale’ cambieremo il Paese»

<strong>Leoluca Orlando</strong>: «Con il nuovo ‘Movimento democrazia costituzionale’ cambieremo il Paese»
Leoluca Orlando

Il risultato delle elezioni regionali, per Orlando, sono la conferma di quanto aveva detto all’indomani della sua rielezione a sindaco di Palermo: «I partiti sono morti». Anche l’Idv – prosegue Orlando – ha esaurito il suo compito. Caso mai, bisogna capire come possono essere mantenuti in vita i valori di questo partito. Se qualcuno pensa di fare diventare l’Idv un partito come gli altri, uno strapuntino del Pd, a me non interessa».

Inutile negarlo, la vicenda immobiliare di Antonio Di Pietro ha catapultato nel baratro delle incertezze tutti i suoi candidati più illustri. Non lo nasconde il Orlando che, in una intervista rilasciata per LaSicilia, senza imbarazzo spiega le ragioni per cui i Partiti sono morti. Secondo il sindaco palermitano bisogna lavorare in altri progetti per ritrovare i “valori” veri e costruttivi della vera Politica.

I partiti sono morti e lei intona il de profundis, dopo le elezioni regionali?
«L’ho scritto un mese fa in un libro che sarà pubblicato fra 15 giorni: con l’uscita di scena di Berlusconi nel 2011, il governo Monti ha celebrato il funerale dei partiti che non hanno mai garantito la vita democratica al loro interno: o solo uno decide per tutti, oppure chi è in dissenso si crea il proprio partito. Le amministrative del 2012 hanno dimostrato che a Verona, Tosi non è stato eletto per il supporto della Lega; a Parma, Pizzarotti è andato al di là dei voti dei grillini; a Palermo non si può certo dire che io sia un sindaco eletto dal centrosinistra. Anzi, tutti i leader del Pd sono venuti a dire di non votarmi. Ho avuto il 74% dei voti, mentre l’Idv, partito del quale sono il leader nazionale, si è fermato all’11%. Posso dire che il mio partito non è adeguato a rappresentarmi? Crocetta è stato eletto presidente della con la metà dei voti che presi io nel 2001: il 53% si è astenuto, il 18% ha votato per Grillo più il 4% di schede nulle, assommano al 75%. Il sistema dei partiti è stato votato dal 25% degli elettori».

Lei continua a restare sulla breccia, mentre Di Pietro rischia di scomparire.
«Sono ancora protagonista perché sono sempre stato contrario al sistema dei partiti che non hanno mai garantito la democrazia interna. Anche perché non è mai stato attuato l’art. 49 della Costituzione che regola la vista degli stessi partiti. Non mi interessa il destino di Di Pietro, ma è singolare che tutti siano contenti che sta scomparendo l’unica forza di opposizione al governo Monti».

C’è già chi immagina un ticket tra Di Pietro e Grillo: il primo al Quirinale, il secondo a Palazzo Chigi.
«Anche i ticket fanno parte della vecchia politica. Grillo ha mandato un messaggio: mi interessa capire cosa accadrà quando finirà l’Idv».

Allora?
«Occorre coinvolegere i mondi vitali della società civile, in questo senso l’Idv può essere il fermento della politica del Terzo Millennio. Ma uno strapuntino del Pd, proprio no. E comunque, una soluzione ce l’ho: la “Rete 2018”. Con alcuni sindaci di incontriamo ogni 4 mesi ad Acquasparta».

Vuole creare la Rete 2.0?
«Fermo restando che faccio il sindaco per i prossimi cinque anni, posso sperare di dare un contributo alla politica nazionale? Nessuna tentazione di fare partiti. Anzi, voglio ricordare che la Rete fu sciolta perché qualcuno la voleva trasformare in partito».

Insomma, lei punta sulla capacità propulsiva dei suoi colleghi sindaci. Per farne un partito?
«Si chiamerà “Movimento democrazia costituzionale”, che non è il partito dei sindaci. Ma un tentativo di cambiare il Paese partendo dai sindaci che non sono nominati, ma eletti».

C’è l’ipotesi di un congresso dell’Idv entro la fine dell’anno.
«Penso che sia uno strumento inadeguato. Può interessare agli aspiranti deputati accucciati sotto l’ala di Grillo o dell’Idv. Grillo è il termometro della malattia. A me un nuovo partito non interessa».

Il suo è un ragionamento politico accattivante. Però, la gente dopo Report si chiede chi sia in effetti Di Pietro.
«C’è un dato vero: a Report è sembrato impacciato. Possiamo dire che non è stata bella risposta».

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