Totò Cuffaro: la politica ormai è finita è tempo dei Grillo

A seguire la versione integrale dell’intervista esclusiva a Totò Cuffaro, recluso nel carcere di Rebibbia, realizzata da Enrico Cisnetto per il suo talk show “Roma Incontra-Ara Pacis”. L’intervista, presentata parzialmente nell’ambito della puntata dedicata a “L’Egoismo al tempo della crisi”, è diventata l’occasione per una riflessione allargata sui sentimenti della società ma anche sugli atteggiamenti della politica.

“Corro due ore al giorno. Ho perso quasi 35 chili. Le ginocchia un po’ mi affliggono… Grillo è tornato a fare il suo mestiere, cioè il comico. Aveva detto che voleva Di Pietro alla presidenza della repubblica, invece poi si è ricreduto… Se la traversata dello Stretto l’ha fatta Grillo la posso fare pure io e soprattutto avrò il buon senso, quando arriverò, di non dire la baggianata che ha detto lui – e non so perché i giornalisti non l’hanno notata – ma non la dirò, forse perché ho a cuore la Sicilia… ha detto una cosa allucinante, che il suo era il terzo sbarco, dopo il primo, quello dei garibaldini che avevano portato i piemontesi, e il secondo quello degli americani che avevano portato la mafia in Sicilia, dimenticando che l’abbiamo portata noi siciliani in America, è vero l’esatto contrario. Monti sta facendo cose buone, nelle difficoltà che ha, ha il merito di aver tenuto fermo il valore dell’Italia, però la manovra sull’agricoltura è stata indecente, l’unico sistema produttivo che c’era veramente in Italia è stato tassato sotto tutti i punti di vista, aver messo l’Imu sui terreni, sui fienili…conosco questo settore, c’erano agricoltori che tiravano fuori 30 mila euro di reddito annui, gli imponi quattro o cinquemila euro di Imu, gli aumenti la benzina agricola…

Prenderemo spunto da due libri, uno di Armando Torno “L’elogio dell’egoismo”; l’altro di Antonio Galdo, “La fine dell’egoismo”. Cosa prevale in tempi di crisi tra altruismo ed egoismo?

«Domanda difficile, qui in carcere l’altruismo è cosa seria, l’ho sperimentato…»

Chi è Cuffaro oggi, cosa resta di quello di ieri?
«Cuffaro rimane quello che è sempre stato, una persona che aveva scelto di vivere in mezzo alla gente, che vive qui in mezzo a delle persone vere, che aveva ed ha una grande voglia di dare e ricevere umanità, e qui è un posto dove la gente ha tanta voglia di dare e ricevere soprattutto umanità, ma qui è un’umanità vera, sincera, qui le persone danno senza nulla aspettarsi in cambio e questo mi sta dando la possibilità di riflettere tantissimo, ribadire la fiducia che ho sempre avuto nelle persone, nel cuore delle persone, e l’arricchimento che la vita – per rimanere alla battuta di Totò Vasavasa – mi aveva dato, cioè questa capacità di ascoltare le persone, di abbracciarle, di stare con loro, di sentirle sino alle 3 di notte, raccontare la loro vita, che mi ha tantissimo arricchito umanamente, perché io tornavo stanco la sera a casa ma tornavo più ricco umanamente perché ognuna di quelle persone mi aveva trasferito qualche cosa. Ecco, qui mi sta succedendo la stessa cosa, cioè una solidarietà straordinaria e soprattutto una capacità delle persone di soffrire insieme e di far diventare questa sofferenza quel valore aggiunto che ti aiuta a ritrovare te stesso, soprattutto».

Ma vasavasa voleva dire anche potere.
«Sì, per la verità chi inventò questo nome di Vasavasa, il cosiddetto cuffarismo, lo aveva inteso in senso dispregiativo, come gestione e utilizzo del potere clientelare, di scambio, e non nego che questa sia stata una tesi abbastanza diffusa…»

Infondata?
«Io credo che nella vita soprattutto politica non ci può mai essere una linea che riesca a dividere ogni cosa in maniera netta, bianco o nero, e non credo oggi – dopo aver a lungo riflettuto – di poter dire che la gestione del mio potere non sia in qualche modo servita anche al mantenimento dello stesso, nel senso che chi in politica governa lo fa anche per poter continuare a governare, nel senso di raccogliere consenso, però così come credo di non poter assolutamente escludere che questo abbia fatto parte della mia vita politica, posso dire con grande sincerità, e spero – adesso che non sono più un politico – di essere creduto, che nel governo della cosa pubblica e comunque nella capacità di rappresentanza, io non ho mai messo in seconda fila la possibilità di aiutare le persone, di essere vicino alle persone più umili più povere».

Dopo 2 anni quasi di pena, come si sente quando rilegge suo percorso umano e politico, al di là di condotta civicamente ineccepibile, di quali colpe si è condannato nel segreto della sua coscienza e di quali si considera innocente?
«Mi sono condannato per non aver fatto di più, sempre si può fare di più, soprattutto quando la vita ti ha dato una grande possibilità, come quella che ho avuto io, quella di rappresentare la propria terra, la propria gente, credo sia la cosa più bella che mi sia capitato in politica, rappresentare i siciliani, con il loro voto diretto. Non so se non ho saputo farlo, probabilmente mi sarò trovato in condizioni di non poterlo fare… so che questo è stato il grande errore della mia vita, non aver fatto ancora di più per la mia terra, e per questo probabilmente, per i tanti errori che ho fatto, per il non averlo fatto bene, credo che una condanna quantomeno politica, avrei potuto meritarla. So invece con certezza di non meritare la condanna per aver favorito mafia, perché culturalmente, politicamente, per quel che mi riguarda sono sempre stato dalla parte opposta».

Come fa ad accettare serenamente una condanna che ritiene ingiusta, perché appare sereno…
«Sì sono sereno, assolutamente, le dirò anche perché accetto serenamente questa pena: fa parte del mio bagaglio culturale di rispetto per le istituzioni, e la magistratura è un’istituzione, io ho servito le istituzioni, i siciliani mi hanno chiesto e mi hanno dato la loro fiducia perché lo facessi, rispettare le istituzioni e servirle. Adesso che le istituzioni mi stanno mettendo alla prova, io ho il dovere di rispettarle. Rispetto la magistratura tutta, quella inquirente e quella giudicante, che mi hanno portato a espiare questa pena, ma questo non significa accettare la colpevolezza, significa rispettare una sentenza, perché è giusto che le sentenze si rispettino quali che siano, lo devo a me stesso innanzitutto, perché è mio diritto continuare a rispettare istituzioni, e lo devo ai tanti siciliani che hanno avuto fiducia in me».

Ma come si sente sapendosi l’unico uomo politico nazionale che sconta una pena lunga in carcere…sente in qualche modo di star espiando per tutti le colpe della casta?
«Se c’è un sentimento che non ho mai avuto in vita mia, ammesso che si possa chiamarlo sentimento, è quello…di avere risentimenti verso le persone, rancore verso persone».

Neanche quelle che a suo tempo decisero suo arresto?
«Assolutamente no, nessun risentimento nei confronti di nessuno, soprattutto verso magistrati».

Ma ci fu un voto parlamentare a favore del suo arresto!
«No, io mi sono dimesso dal Senato, anzi devo dire che sotto questo punto di vista, la mia vicenda è piuttosto singolare, perché io, appresa la sentenza, mi sono costituito, e c’era il problema che non potevano arrestarmi, perché la magistratura non mi aveva ancora notificato la sentenza, quindi io che, mezz’ora dopo aver appreso la sentenza della Cassazione mi ero già costituito volontariamente, ho dovuto aspettare quasi 12 ore perché arrivasse l’ordine di carcerazione»..

Che ne pensa dell’astensionismo in Sicilia?
«Avevo fatto un’intervista quattro giorni prima del voto al Foglio, che l’ha pubblicata il sabato prima della domenica in cui si è votato, e in questa intervista ho detto che il 50% di siciliani non avrebbe votato, e che dell’altro 50% che sarebbe andato a votare la metà avrebbe espresso un voto di potesta, e non ho avuto torto. La verità è che Crocetta, cui auguro di poter lavorare senza problemi, serenamente, è stato eletto con un quarto dei voti che i siciliani avevano dato a me quando sono stato eletto, credo troppo pochi per avere la possibilità di rappresentare tutte le istanze, soprattuto se non lo si farà lavorare serenamente, e mi pare che non stia cominciando troppo bene, non per colpa sua, ma vedo già troppe polemiche in giro».

Si può far politica senza essere cinici e acquistare consenso senza essere falsi?
«La politica dovrebbe essere esattamente l’opposto del cinismo e dell’egoismo, invece, purtroppo… dovendo essere sincero, una forte dose di cinismo me la sono trovata addosso, contro. Ho pagato tanti prezzi, ma quel che più di ogni altro mi ha fatto male è stato il tradimento umano e politico di persone con cui avevo condiviso 30 anni di impegno politico, con cui avevo condiviso sacrifici, amici…»

Di cento persone che le erano amiche prima, quante se n’è ritrovate dopo?
«Be’, qui c’è una differenza che invece mi fa piacere rilevare, nel senso che il tradimento è stato umano più che politico – che potrei anche capire – ma il tradimento umano è quello che mi fa più male, è stato fatto dai vertici della politica: cito uno per tutti, Raffaele Lomberdo, che cinicamente non ha avuto nessun dubbio nell’allontanare il suo rapporto con me, e qualche altro dirigente politico. Invece devo dire che questa mia vicenda giudiziaria mi ha rivelato quanto straordinario fosse l’affetto e l’amicizia e la stima di tanti, tantissime persone che non so neanche chi sono, che continuano a manifestare la loro affetuosità verso di me, 12 mila lettere, ogni giorno 50-60 lettere, che mi fanno piacere…»

C’è chi viene trovarla?
«Ce n’erano di più durante il primo anno, poi la presenza è andata scemando, ma credo sia giusto così».

Qual è stata la visita più piacevole?
«Più di una, ho molto apprezzato la visita di Casini, Follini, Alfano, di Salvo Fleres, mio amico fraterno… Dal punto di vista politico chi mi aspettavo venisse è venuto, più dei 100 che ho citato nel mio libro sul carcere. Una visita che non mi aspettavo, straordinaria, è stata quella di Marco Pannella, venuto qui il 31 dicembre notte, che è stato prima a festeggiare con agenti, poi ha fatto il giro di tutte celle di tutto carcere – e siamo 1900 persone – ed è stato in mezzo al corridoio il 31 notte a brindare all’anno che arrivava e, come dice lui, a mandare a fare in culo l’anno che andava via, finalmente un anno di carcere via».

Il suo libro è tutto ambientato in carcere, perché aveva voglia di scrivere. Il nuovo Cuffaro ne scriverà uno sulla politica?
«Questo libro l’ho scritto per tante persone che insieme a me vivono questa esperienza, e per dire che il carcere non si deve augurare a nessuno, neanche a quelli che pensano siano una beauty farm, Grillo dice così, ma non glielo auguro, se vuole dimagrire si metta a dieta ma non venga in questa beauty farm, i carceri sono posti difficili, terribili, etc, sui quali andrebbe aperto un ragionamento ancora più profondo di quella che l’opinione pubblica ha aperto e che il Parlamento forse non riesce ancora a ben capire. Però è un posto dove si può scegliere di vivere, quindi il carcere nella sua difficoltà si affronta e si può superare, oppure scegliere di subire e allora diventa ancora più drammatico di quello che è. La mia riflessione in questo libro era di esprimere la sofferenza, l’angoscia, la difficoltà di un posto drammatico dove ti si ruba tutto, soprattutto il respiro lungo della vita, si vive col fiato spezzato, ma non per colpa di chi ha il compito di stare con noi e custodire, non certamente per colpa di agenti, insomma, è il carcere che è strutturato così, non ha nulla di rieducativo, però si può vivere, si deve vivere perché il desiderio di speranza e di futuro che c’è nel cuore dei detenuti e che c’è soprattutto nel cuore dei familiari dei detenuti – che vivono il carcere insieme a noi senza responsabilità, perché carcere rinchiude ancor loro forse ancor più di noi, perché loro hanno anche il dramma di sapere che noi siamo dentro e loro liberi, ecco: per la mia esperienza… il libro vuol dire questo, il carcere è un posto drammatico ma sforziamoci di viverlo, affontarlo e superarlo, ho voluto descrivere questo, non c’è nulla che riguarda mia vita prima del carcere, sulla quale ho già cominciato a scriverlo, un libro, e per primi vi dico il titolo, sarà: “Memorie di un presidente detenuto”, mi sono molto ispirato alle Memorie di Adriano, sono già al lavoro, ho già scritto parecchie cose».

Quando Cuffaro tornerà libero cosa farà?
«Una cosa è certa, quello che non potrò più fare: la politica. Per tornare al progetto di rieducazione, se potessi tornarvi… la politica ce l’ho nel sangue, è stato tutto per me, non lo è più, ne ho fatto una ragione, ma questo nostro ordinamento prevede che essendo in fase di rieducazione ci rieducano però – non lo dico per me ma per tutti detenuti – veniamo rieducati ma interdetti dalla vita civile, mi sembrerebbe quantomeno una cosa contraddittoria. Ed è ancora più contraddittorio quando invece al carcere, in sé incolpevole, lo Stato affida il compito di rieducare chi ha come fine pena: mai, gli ergastolani. Ecco, mi sembra un’eccessiva tortura, data agli ergastolani, cui bisogna imporre la rieducazione ma… per fare cosa, per continuare a vivere in carcere, perché la fine della pena è mai, e non usciranno mai più? Ecco, su questi temi un Paese civile come il nostro deve cominciare a interrogarsi, c’è stato un referendum sul carcere andato male, ma credo che la nostra gente sia più pronta, oggi, ad affrontare questo problema. Quindi, non potendo più fare politica, perché a me è stata assegnata questa pena del contrappasso – sono nel girone in cui non potrò più fare quello che volevo fare prima – il mio impegno è dedicarmi ai detenuti, a quelli che rimarranno sempre in carcere, solo nel mio corridoio dove siamo 258 credo siano 90, tentando di alleviare loro la pena per come posso. Ho scolpiti nella mia mente, e rimarranno indelebili nella mia memoria, i visi di queste persone, farò tutto quello che posso fare per aiutarli, anche i proventi del libro andranno totalmente destinati ad aiutare quelli che rimarranno in carcere, quelli che uscendo hanno bisogno di essere aiuatati, oltre che una parte all’Associazione per la cura della sclerosi multipla. Io farò l’agricoltore, mi dedicherò a miei fichi d’india, allo zafferano, a fare vino, se riuscirò a rimettere in moto la struttura…»

Cos’è stata per lei la politica?
«La politica è stata 40 anni della mia vita. Ho cominciato quando avevo 14 anni. Adesso la politica mi accontento di vederla in tv. E purtroppo vedo molta gente che non dovrebbe esserci, mentre non vedo molte persone equilibrate, moderate… Io penso che la Seconda Repubblica è stata vergognosamente peggiore della prima, e la che la Terza Repubblica che nascerà sarà vergognosamente peggiore della Seconda, la Terza sarà disastrosa, perché la Seconda è riuscita a istituzionalizzare uno dei partiti che sembrava più sfasciante, la Lega, ma la terza non riuscirà a istituzionalizzare questa marea montante di protesta che arriverà in politica, e sarà un disastro. Forse l’unico vantaggio che avremo in questa Terza Repubblica è il declino di Di Pietro, ma sarà peggio Grillo di Di Pietro, perché Di Pietro sarebbe il peggio di tutti, ma almeno un’idea delle istituzioni ce l’ha. Spero di non essere un buon profeta, ma penso che la Terza Repubblica sarà straordinariamente più vergognosa della seconda».

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