Tabacci, una vita da “numero due”

<strong>Tabacci</strong>, una vita da “numero due”

E’ uno dei pochissimi che dice di non avere la stoffa per fare il numero uno, «ma posso essere un buon numero tre, o al massimo due, e servire utilmente la causa comune».

Bruno Tabacci
Bruno Tabacci

Bruno Tabacci è leader di Centro democratico alleato di Pd e Sel, probabilmente è destinato a fare il ministro se il centrosinistra vincerà, ma quello che più ci ha interessato di lui è l’aspetto umano perché è uno che si è fatto da solo, figlio di contadini di un paese al limite tra Lombardia e Emilia, orfano a 12 anni, ha studiato, si è mantenuto con le borse di studio ed è stato attratto presto dalla politica, «non per fare il politicante, ma l’uomo delle Istituzioni perché credo nello Stato».

In politica ha avuto come guida politici democristiani, considera Marcora il suo maestro («Entrò a Milano da capo partigiano dopo Enrico Mattei, aveva 22 anni, poi si mise a studiare per servire il Paese in altro modo»), era stato lui che l’aveva mandato a dare una mano a Goria, il più giovane presidente del Consiglio della storia della Repubblica. E quando nella segreteria di Goria, allora ministro del Tesoro, ci fu da colmare un vuoto era stato Tabacci a indicare il giovane Draghi.
Tabacci è stato nell’85 il più giovane presidente della Regione Lombardia «e ho combattuto la Lega che sollecitando bassi istinti di egoismo voleva rinchiudere in se stessa una grande regione italiana che invece ha una forte vocazione europeista».

Sta girando la Sicilia per la campagna elettorale e prima di venire a trovarci al giornale è passato anche per le campagne modicane, così dolci e variegate. «La Sicilia – dice – deve puntare sull’agricoltura, tornare alla terra perché è un settore dove i cinesi non possono farci concorrenza, a patto che le aziende non siano soltanto di 0,50 ettari. E’ possibile coniugare agricoltura e turismo perché qui possono venire a svernare milioni di pensionati e si può giocare a golf undici mesi l’anno e non venirci solo d’estate. La Sicilia ha bisogno di lavoro e occorre poter derogare dal patto di stabilità perché gli enti locali hanno pronti migliaia di progetti che possono dar vita ai cantieri e ai posti di lavoro. E per le imprese che assumono giovani e donne l’azzeramento del carico fiscale».

Quand’è stato presidente della commissione Attività produttive ha ascoltato gli esperti delle case da gioco per cercare di riequilibrare il sistema, «non ero contrario alla riapertura di Taormina, ma poi tutti i centri turistici volevano una casa da gioco e così non s’è potuto fare nulla».

La sua campagna elettorale in Sicilia non è facile «perché questa è la Regione del 61 a zero» e la gente conosce poco della sua lista Centro democratico, ma non rinuncia alle diagnosi politiche. «Usando un linguaggio montiano vorrei dire che le quotidiane prese di posizione del Professore mi confondono sul piano logico. Un giorno il premier dice di non avere nulla a che fare con il centrosinistra, il giorno dopo apre un dialogo, il terzo giorno torna a chiudere e il quarto parla di Grande Coalizione. Con tutta la stima per il Professore ho la sensazione che il tatticismo esasperato di Casini l’abbia contagiato. In ogni caso questi continui stop and go credo che servano solo a disorientare il suo elettorato. In una fase complessa per il Paese sarebbe meglio avere le idee chiare».

Ma uno come lui, nato e cresciuto democristiano, non si troverebbe a disagio in un governo dichiaratamente di sinistra con Bersani e soprattutto con Vendola? «Vendola ha detto che lui non sarà un peso per il governo, è un pragmatico e s’è visto come da presidente della Regione Puglia è riuscito a trovare per l’Ilva di Taranto una giusta sintesi tra la difesa dei posti di lavoro e la salute della popolazione. Sa invece cosa mi preoccupa? Il fatto che una persona come Ingroia che fino a un giorno prima è stato magistrato faccia politica: un tempo almeno chi aveva incarichi istituzionali doveva lasciarli sei mesi prima per avere un tempo di decantazione e allontanare il sospetto di usare l’incarico a fini elettorali».

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