Beni culturali in Sicilia le 3 linee imprescindibili

<strong>Beni culturali</strong> in Sicilia le 3 linee imprescindibili

Beni culturali in Sicilia le 3 linee imprescindibili: Ricerca, conservazione e valorizzazione per aree omogenee.

Cosa fare. Rifondare le Soprintendenze su basi tecnico-scientifiche. Ridurre la parcellizzazione di mini e megaparchi. Ricreare un rapporto diretto tra Musei e territorio.

Data la complessità e la delicatezza del problema dell’attuale assetto dei Beni culturali e ambientali in Sicilia, per parlarne è necessario, prima di tutto, sgombrare il campo da inutili polemiche: quelle di chi accusa i sostenitori della palingenesi delle Soprintendenze come fautori di una “restaurazione” o come testimoni di “pigri autoreferenzialismi” e quelle dei sostenitori dei Parchi, come coloro che, come si dice, vogliono mantenere la poltrona.

Sicilia culla storica della protestaEvitiamo le polemiche e cerchiamo di ragionare. E’ sotto gli occhi di tutti come l’attuale assetto degli istituti periferici dell’assessorato regionale ai Beni culturali e ambientali abbia generato una grande confusione di competenze, una serie di lotte e contrasti di cui è meglio tacere. Tutto ciò, e questo non si può tacere, dipende prima di tutto dall’adeguamento del territorio di giurisdizione delle “vecchie” Soprintendenze a quello delle Province, adeguamento che rappresenta il successo di un disegno politico chiaro che ha voluto la trasformazione delle istituzioni preposte alla ricerca, alla tutela e alla valorizzazione dei Beni culturali e ambientali, da uffici di carattere tecnico-scientifico a organismi di stampo politico-amministrativo.

Si è venuta, così, a snaturare la nobile istituzione che in Sicilia ha una nobilissima tradizione e ascendenza, che consentiva di operare in aree omogenee dal punto di vista culturale e di assolvere ai compiti istituzionali stabiliti chiarissimamente dell’art. 9 della Costituzione, svincolati dai lacci e lacciuoli dei cortili e degli interessi locali, “provinciali”, cioè!

Ora è il momento di rifondare le Soprintendenze sulla base di una gestione tecnico-scientifica. Rimettendo consapevolmente e competentemente in moto e in successione i tre momenti ricerca-conservazione-valorizzazione si potrà senz’altro ottenere che la risorsa Beni culturali possa essere offerta per una fruizione degna di questo nome e diventare volàno di sicuro sviluppo.
Al fattore destabilizzante della creazione delle Soprintendenze provinciali si è aggiunto il secondo, decisivo danno, nel 2010, creato con l’ulteriore smembramento del territorio in 26 mini e megaparchi con intuibili confusioni di competenze, contrasti e contenziosi.

La parcellizzazione del territorio, sotto lo specioso motivo di favorire localmente, con maggiore puntualità, la valorizzazione di determinati beni, ha rappresentato non solo uno sgarbo al valore primario e imprescindibile della omogeneità culturale di determinate aree dell’isola, ma anche un autentico scandalo.

Mi spiego facendo due fra i tanti possibili esempi. Come è possibile pensare che sia giusto fare un Parco di Eloro e del Tellaro del tutto autonomo rispetto a Siracusa con la quale Eloro è strettamente legata non solo da una famosa, antichissima strada (elorineodos), ma, soprattutto, da tenacissimi vincoli religiosi, politici ed economici nel quadro della strategia espansionistica di Siracusa greca nel triangolo sud-orientale della Sicilia?
E’ come se, in Grecia, Atene ed Eleusi si considerassero due mondi lontani e a sé stanti! E, ancora, e più eclatantemente, come è stato possibile decidere che Pantalica possa essere di pertinenza del Parco di Leontinoi quando non si fa che ripetere in enciclopedie, manuali, scritti di tutti i tempi che Siracusa è stata nel mondo antico lo “scalo” di Pantalica che aveva “tesaurizzato quel grandioso mondo di cultura trasmessole dalla civiltà micenea” e alla quale è collegata da quel cordone ombelicale, non solo fisico, costituito dal corso dell’Anapo che ha la foce di fronte a Ortigia? Tagliare questo cordone ombelicale e separare, nell’ideologia della politica culturale regionale, Pantalica da Siracusa significa non solo un arrogante atto di ignoranza, ma anche un’offesa all’Unesco che ha voluto, per i motivi cui ho appena accennato, associare Pantalica e Siracusa per l’iscrizione nella World Heritage List.

Per quanto riguarda i Parchi forse c’è stato chi ha saputo, pur nella tempesta, rimboccarsi le maniche e darsi lodevolmente da fare per tenere la testa alta, con eventi, intreccio di rapporti locali e internazionali, aperture e convenzioni con Comuni, associazioni, volontari ecc., ma certo, così non va e forse, o senza forse, bisognerebbe provvedere. Ma a scanso di equivoci, non siamo, tout-court, contrari ai Parchi: bisogna avere ben chiaro che il Parco archeologico, secondo il dettato della legge che ne regola l’istituzione, deve essere caratterizzato da determinati requisiti (rilevanti e unitarie testimonianze archeologiche su aree cospicue e omogenee dal punto di vista fisico e storico) evitando di pensare che si possa istituire un Parco per ogni sito archeologico, evitando, cioè, di avere una insignificante e improduttiva proliferazione del fenomeno, puntando, invece, su qualificati poli di eccellenza, autentici epicentri trainanti con le migliori condizioni di fruibilità, con scopi non solo scientifici, ma sociali, economici e turistici. Il tutto in un quadro omogeneo in cui gli interventi di ricerca, tutela, valorizzazione e offerta turistica siano gestiti in sintonia con gli organismi Soprintendenza e Museo.

Un’altra cosa: i Musei. Ci si lamenta che non sono visitati: Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera ricordava i 36 visitatori al giorno alla Dea di Morgantina, Carmen Greco, su questo giornale, ha citato i soli 50mila visitatori all’anno per i Musei archeologici di Siracusa e di Agrigento. Ma qual è il problema? Si sa che nei grandi musei archeologici siciliani si tende sempre più a esposizioni basate sulla contestualizzazione dei rinvenimenti e a mettere i visitatori in condizione di percepire i luoghi di ritrovamento, di origine, di scenario delle opere esposte, con lo scopo, soprattutto, di invitare, spingere i visitatori a conoscere i territori di provenienza dei reperti. Musei, perciò, come specchio della ricerca nel territorio punto di arrivo di un percorso conoscitivo completo.

Ma questo circolo virtuoso è stato interrotto da quando, in conseguenza dell’autonomia, per alcuni aspetti sacrosanta, data ai grandi Musei, la ricerca è rimasta solo alle Soprintendenze e ai Parchi. Questa grave perdita del rapporto diretto e costante dei Musei con il territorio, di fatto, fa venire meno la fonte prima dell’incremento e dell’aggiornamento delle collezioni dei Musei che rischiano di essere ridotti nelle condizioni di qualsiasi museo in terra straniera.
I Musei per essere vivi, attraenti, suscitatori di interesse – oltre a ottenere una giusta sistemazione dei cosiddetti servizi aggiuntivi – non solo devono essere adeguati alle nuove possibilità espositive utilizzando gli strumenti che le tecnologie continuamente mettono a disposizione, ma, soprattutto, non possono essere privati del rapporto che li ha sempre legati ai risultati della ricerca sul terreno. E’ ovvio che tutto questo va accompagnato da una costante e sapiente politica di comunicazione di modo che il brand che il Museo rappresenta risulti appetibile, ricercato e raggiunto. Non ultimo,
cosa che è sempre mancata, il collegamento stretto e attivo con le organizzazioni del turismo a livello nazionale e internazionale, con opportune iniziative di promozione, tutte cose per le quali il rapporto pubblico-privato troverebbe un’efficace sponda naturale.

L’auspicio è che il neoassessore ai Beni culturali e ambientali, prof. Mariarita Sgarlata, possa al più presto corrispondere all’improrogabile esigenza di adottare i provvedimenti necessari a ridare dignità ed efficienza alle Istituzioni che gestiscono il patrimonio culturale dell’Isola. Giuseppe Voza LaSicilia

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