Malessere sociale: Anarchia del web e politica dei fatti

<strong>Malessere sociale</strong>: Anarchia del web e politica dei fatti

Dietro l’emergenza economica che viviamo sulla nostra pelle, c’è un’altra emergenza che sta inquinando sempre più il Paese. E’ quella del malessere sociale. Due i segnali inquietanti: l’attentato di Palazzo Chigi e la sua strumentalizzazione; il sempre crescente fenomeno antifemminile e i suoi effetti violenti.

Mentre si è alla ricerca di fare quadrare i conti, assistiamo a uno scontro che mette a rischio quel poco di pacificazione che la politica sta tentando di fare.

Malessere socialeA preoccupare non è solo la polemica sull’Imu o sull’Iva o sulla Convenzione per le riforme da affidare o no a Berlusconi, o, ancora, la più importante, per il lavoro, quanto le diverse letture che si danno su fatti di violenza. A ciò contribuisce quella che Laura Boldrini chiama «l’anarchia del web». Un porto franco dove c’è libertà di insulto. E, peggio ancora, di minacce. Ciò alimenta gli istinti più belluini dell’uomo.

Nel caso della violenza alle donne, pur essendo negli anni Duemila, riesplode quell’inconscio potere di cui il maschio si ritiene destinatario per natura. In questo la cultura è rimasta ferma al Medioevo. Né si può trovare l’alibi nelle violenze di tipo maniacale. Quelle ci sono sempre state. La realtà è che il cosiddetto maschilismo non accetta quella parità che la donna sta sapendo conquistare a fatica. All’esecrabile assassinio del compagno che uccide la compagna, o della ragazzina che viene stuprata, si aggiunge adesso anche la violenza verbale. Nella vigliaccheria anonima via web c’è di tutto: minacce, ricatti, oscenità. Parole che possono essere prodromi di delitti.

L’altra vicenda che ha generato, invece, una speculazione sul malessere sociale è quella dell’attentato davanti Palazzo Chigi. Far passare il gesto di Luigi Preiti come effetto di ribellione al Potere è fuorviante. Non aiuta a capire il vero problema sociale. Che esiste e che trova spazio, soprattutto, tra i giovani. Sembra paradossale affidare, come fanno molti, il futuro di un Paese a una presunta rivoluzione di disperati. Se non, come nel caso di Preiti, a una follia frutto di depressione e di fallimento personale. Le testimonianze dei familiari rivelano questa verità. Eppure sul fatto si sono innescate polemiche a non finire. Di gente, anche intellettuali, il più delle volte repressa che vede nei tanti Preiti, il braccio violento del loro pensare.

Che significato, del resto, può avere la frase di un professore di filosofia, Paolo Becchi, ideologo del M5S, poi sconfessato da Beppe Grillo: «Non lamentiamoci se c’è chi prende i fucili»? Tale mobilitazione ci ricorda l’attentato di quasi un anno fa nei pressi della scuola “Morvillo-Falcone” di Brindisi, dove trovò la morte la studentessa Melissa. Si parlò di tutto, innanzitutto di mafia e di terrorismo. Si scoprì poi che l’autore, Giovanni Vantaggiato, oggi sotto processo, era un folle, il quale voleva vendicarsi, a suo dire, dei torti subiti dalla magistratura.

C’è gente che strumentalizza la «rivoluzione» di questi disperati al limite della follia. Li incita con parole, slogan, manifesti, scritte sui muri, articoli sui giornali e sul web. Si cerca di sovvertire, senza sapere come, una società che, ovviamente, è piena di contraddizioni. In una Italia precaria, con un governo messo assieme dai cocci di due partiti diametralmente opposti, è duro sperare in una Italia più matura.

Chi oggi ci governa, a cominciare da Enrico Letta per arrivare a Silvio Berlusconi, e a tutta quella corte di colombe e falchi, ha l’obbligo di andare oltre alle promesse. La rivoluzione, in caso contrario, non sarà quella dei folli, come istigano gli sciacalli, ma della gente normale.

Dei giovani, dei disoccupati, dei titolari di piccole e medie imprese, dei commercianti, delle famiglie cariche di tasse, dei pensionati, dei precari, e dei tanti che vedono repressi i loro sogni di vita. Sì, perché l’uomo vuole anche sognare. E il sogno non è dei folli. E’ di tutti gli uomini di buona volontà che non amano la violenza. Anche delle parole. Che spesso, purtroppo, uccidono. Domenico Tempio LaSicilia

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