Già sulla strada del presidenzialismo (?)

Già sulla strada del <strong>presidenzialismo</strong> (?)

Il governo Letta e il ruolo di Napolitano «tutore» della maggioranza, vera svolta verso le riforme.

La rielezione di Napolitano e la formazione del governo Letta sono stati il risultato della «larga intesa» che per mesi, in campagna elettorale e soprattutto dopo, è stata ritenuta da tanti un inciucio politicamente indecente. Tenuto conto di ciò, si può parlare, quindi, dell’avvio di un nuovo ciclo politico e forse anche istituzionale.

Giorgio Napolitano

Sembrano, del resto, lontanissimi i tempi della foto di Vasto con i tre leader Bersani, Vendola e Di Pietro impegnati a dar vita ad un’alleanza di sinistra che avrebbe dovuto essere autosufficiente, o quasi. Di Pietro non ha più un suo partito, perché l’Idv si è ormai dissolta. Vendola è all’opposizione e il suo destino sembra essere quello di venire risucchiato dal partito di Grillo. Bersani si è dimesso da segretario e sembra destinato a non aver un ruolo primario all’interno di un Pd sempre più in mano ai quarantenni. Ma sembrano anche lontani i tempi in cui il Partito Democratico riteneva che il solo parlare di una riforma in senso presidenzialista fosse una provocazione alla quale reagire con durezza. Adesso il Pd pare pronto, invece, ad affrontare le riforme, presidenzialismo compreso.

Enrico Letta è ben consapevole che la tenuta del suo governo dipende dall’approvazione di quelle riforme sulle quali i partiti della coalizione hanno raggiunto un’intesa. Pare evidente che il Presidente della Repubblica sia venuto ad assumere un ruolo di vera e propria direzione politica. Egli non è chiamato a proteggere il governo in modo generico, ma a prevenire e risolvere i conflitti.

È questo l’elemento di discontinuità più significativo tra il sistema politico della Prima Repubblica e il nuovo sistema politico che va prendendo forma. Anche il profondo ricambio intervenuto nel governo attraverso la nomina di tanti giovani ministri rende ancora più visibile questa discontinuità. Nessuno pare riconducibile ai vecchi partiti che hanno fatto la Repubblica, e quindi nessuno di esso è chiamato a spiegare da che parte stava.

È venuta, insomma, a crearsi una situazione all’interno della quale il Presidente della Repubblica pare essere il vero leader dello schieramento maggioritario. Il governo sa di dover dare conto a Napolitano, prima ancora che al Parlamento, e non solo perché sul suo capo pende la spada di Damocle dello scioglimento anticipato, ma perché esso è chiamato a guidare una transizione verso un nuovo sistema politico dalla forte impronta presidenzialista.

Il significato della nomina di Quagliarello a Ministro delle Riforme è proprio questo. Si tratta di un passaggio di regime a cui l’opinione pubblica peraltro guarda con favore, in una fase di irreversibile declino dello Stato dei partiti.

Non è ancora chiaro come si farà la riforma, se attraverso una Convenzione ad hoc o attraverso un normale procedimento di revisione, ma pare chiaro il senso di marcia che avrà il processo riformatore. Una cosa, sembra, infatti certa. E’ inevitabile una radicale ristrutturazione degli schieramenti partitici. Il rapporto che va emergendo tra i partiti di governo e il Presidente della Repubblica è quello che si addice ai regimi presidenziali.

Non è pensabile che si possa fare una legge elettorale lasciando immutata l’attuale forma di governo. Le due riforme si tengono insieme. Spezzare questo nesso significa tornare al clima torbido della fine della legislatura passata. Non è possibile fare nessuna riforma se il Pd dovesse rimanere fermo sulla richiesta del doppio turno e basta, o se il Pdl dovesse attestarsi su una linea rigida di difesa dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica senza il doppio turno.

Chi volesse imporre una riforma parziale delle istituzioni condannerebbe il Paese all’ingovernabilità, e apparirebbe di fronte all’opinione pubblica come l’ultimo sostenitore di una partitocrazia senza veri partiti. Gli italiani hanno dimostrato che non ne possono più di un teatrino della politica che porta alla paralisi decisionale, considerato che l’attuale sistema tripolare non pare destinato a subire in tempi brevi significative evoluzioni.

Napolitano terrà conto degli orientamenti che vengono dalle diverse parti politiche, ma di fronte ad una situazione di stallo si avvarrà del ruolo decisivo che gli hanno riconosciuto i partiti al momento della rielezione. Certamente userà i «pieni poteri» che gli sono stati accordati proprio allo scopo di poter portare fino alla conclusione il processo di riforma delle istituzioni. Chi era contrario a questo disegno e si opponeva alla rielezione del Presidente, basata su una larga intesa tra Pd e Pdl, sostenendo la candidatura alternativa è stato sconfitto. Non è stato sconfitto soltanto il candidato alla presidenza Rodotà, ma è stato sconfitto un metodo, quello del muro contro muro. Non è tanto importante sapere se questo secondo settennato di Napolitano durerà due o più anni. La cosa certa è che il Presidente si sentirà impegnato a fare approvare riforme che consentano il superamento di un sistema bloccato, anche a causa del successo elettorale avuto dai grillini, fino all’ultimo giorno della sua attività, cercando di attenersi alle indicazioni contenute nell’agenda messa a punto dai saggi.

Napolitano potrà fare valere la straordinaria legittimazione che gli viene dal mandato pieno ricevuto dai partiti, ma anche dal gradimento crescente che nei suoi confronti manifestano i cittadini. Egli sa che la gente non sopporta più i partiti rissosi, né i leader che si battono per affermare il proprio dominio sulle istituzioni, con una determinazione crescente. Il presidenzialismo, anche solo tendenziale, è stato vissuto dalla sinistra italiana per tanti decenni come un viaggio verso l’ignoto.

Oggi, invece, appare a tanti, anche a sinistra, come l’unica scorciatoia praticabile per poter avere una vita politica ben ordinata, partiti meno obesi, meno costosi e meno ingovernabili, nonché un rapporto tra il popolo e i suoi rappresentanti che valorizzi concretamente il principio di responsabilità.

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