Genitori spiazzati dai figli che cominciano a bere

<strong>Genitori spiazzati</strong> dai figli che cominciano a bere

Molti esercenti non si fanno scrupoli a vendere alcolici ai minori.

Si stima che un milione di ragazzi e ragazze fra i 14 e i 18 anni rischia di scivolare nell’abuso e nella dipendenza

Benedetto Carroccio, lei è coordinatore in Sicilia del Moige, Movimento Italiano Genitori. Secondo la vostra esperienza quanto è oggi diffuso e grave in Italia il fenomeno dei ragazzi, anche e soprattutto preadolescenti, che bevono alcolici? Ci sono dati precisi?
«Bere e acquistare bevande alcoliche sono comportamenti molto diffusi tra i minori, soprattutto il primo. Il fenomeno è sempre più precoce ed è cambiato molto negli ultimi anni, in quanto sono cambiate molte variabili sociali e culturali, oltre alle modalità di consumo. L’indagine “Vietato Non Vietato”, promossa dal Movimento Genitori e realizzata dal CIRMPA dell’Università “Sapienza” di Roma su un campione di 2075 studenti italiani tra gli 11 e i 18 anni, rivela che il 60% degli studenti delle medie ha bevuto alcolici almeno una volta nella vita; la percentuale sale al 78% per gli studenti delle scuole superiori. L’età media della prima bevuta è pari a 11 anni per i rispondenti delle medie, a 13-14 anni per i ragazzi delle superiori. Sempre secondo la ricerca, chi acquista bevande alcoliche lo fa soprattutto al bar o al supermercato, mentre l’acquisto in locali è molto diffuso soprattutto tra i ragazzi maggiori di 16 anni. Inoltre, circa il 35% dei ragazzi delle superiori che hanno meno di 16 anni ha acquistato bevande alcoliche almeno una volta nell’ultimo anno, mettendo in atto così un comportamento vietato».

Le famiglie che sono in contatto con il Movimento o che ne fanno attivamente parte cosa raccontano di eventuali esperienze dirette vissute o che vivono legate a questa problematica?
«L’abuso di alcol da parte dei minori è un fenomeno che preoccupa molto le famiglie di oggi. I genitori sono consapevoli della condotta trasgressiva dei figli, ma spesso risultano incapaci di controllarli e tutelarli dagli eccessi. I ragazzi che iniziano a bere si trovano in una fascia di età nella quale iniziano ad avere una certa indipendenza e libertà e, quindi, i genitori riscontrano seri problemi a controllarli quando escono con gli amici. Il rapporto dei ragazzi con il gruppo dei pari è una delle variabili maggiormente connesse con il bere e acquistare alcolici: risulta difficile per l’adolescente resistere alle pressioni esercitate dagli amici per mettere in atto comportamenti trasgressivi, come ad esempio il “bingedrinking”, ovvero il bere per ubriacarsi che quasi sempre accompagna la ritualità dello sballo pre-adolescenziale e adolescenziale».

La vendita di alcolici ai minorenni è vietata, ma di fatto la legge viene aggirata o per il mancato rispetto da parte degli esercenti o perché ad acquistare l’alcol sono maggiorenni. Ma c’è anche il fenomeno della vendita indiscriminata nei bar, nei centri storici delle varie movide nelle città. Come chiedete di intervenire? Che cosa dovrebbero fare le autorità?
«Dal 1° gennaio 2013 è in vigore la legge che vieta la vendita di alcol ai minori di 18 anni. Il Decreto Balduzzi, fortemente sostenuto dal Moige, stabilisce che chiunque venda bevande alcoliche ha l’obbligo di chiedere all’acquirente l’esibizione di un documento di identità all’atto di acquisto, tranne nei casi in cui la maggiore età sia manifesta. Per quanto riguarda la somministrazione, rimane fermo l’articolo 689 del codice penale che vieta la distribuzione di bevande alcoliche ai minori di 16 anni. Nonostante i divieti vigenti e le sanzioni previste per il loro mancato rispetto, molti esercenti ancora non si fanno scrupoli a vendere alcolici ai ragazzi minorenni. Quello che manca è un efficace sistema di controllo nei locali pubblici e nei luoghi frequentati dai giovanissimi. Le istituzioni governative hanno il dovere di ridurre le occasioni di accesso a ciò che è proibito, ad esempio rendendo maggiormente consapevoli i rivenditori del ruolo sociale che svolgono e non soltanto di quello commerciale».

Alcol e fumo fanno male alla salute ma continuano non solo ad essere venduti, ma anche pubblicizzati su tutti i media, giornali, tv, radio. E’ davvero impossibile far prevalere la ragione e la salute della popolazione e dei ragazzi in questo caso sulle logiche sfrenate dell’economia?
Far prevalere la ragione e la salute dei ragazzi sulle logiche economiche è sempre più difficile, ma non impossibile. Educazione e prevenzione sono fattori fondamentali da non sottovalutare e le risorse sulle quali l’adolescente può contare sono numerose. Innanzitutto, la famiglia: i genitori devono rappresentare modelli di comportamenti salutari da seguire; inoltre, essi devono contrastare i comportamenti trasgressivi dei figli aprendosi al dialogo e definendo regole chiare da far rispettare. Poi la scuola: l’esperienza scolastica deve essere positiva, soddisfacente e gratificante, deve stimolare il bisogno di affermazione di sé e rafforzare l’identità della persona, favorendo il coinvolgimento in attività sociali come modello alternativo al coinvolgimento in azioni trasgressive.
Media, scuole e istituzioni dovrebbero dedicarsi maggiormente alla realizzazione di campagne sociali efficienti, magari anche all’interno dei locali, che riescano ad attirare l’attenzione dei ragazzi riuscendo a far passare il messaggio nel modo giusto. Le attività di prevenzione oltre a fornire informazioni sui comportamenti trasgressivi, dovrebbero implicare una riflessione sugli stessi e valorizzare i talenti personali».

Ma i ragazzi lo sanno che bere fa male? Le famiglie hanno tempo e voglia di spiegarlo, di cercare di fare percorsi di crescita condivisi, oppure la fretta che governa il nostro tempo impedisce anche questo?
«I ragazzi sanno che bere fa male ma, purtroppo, non riescono realmente a percepire la gravità del problema e soprattutto i rischi a cui vanno incontro. L’accessibilità dei prezzi dell’alcol, specialmente dei cosiddetti “shot”, i piccoli bicchieri ad alto contenuto alcolico che stanno registrando un vero e proprio “boom” di consumo, spinge i ragazzi a bere sempre di più senza rendersene nemmeno conto. Da parte delle famiglie vi è l’impegno di spiegare e di parlare con i figli riguardo la complessità del problema, ma la scarsa mancanza di tempo a disposizione e, a volte, la mancanza di dialogo aperto e la superficialità con cui si parla, impedisce ai ragazzi di essere educati e informati bene sull’argomento».

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