Maggioranze variabili da governo di minoranza

<strong>Maggioranze variabili</strong> da governo di minoranza

Vagheggiando miraggi di oasi per generazioni di disperati.

Mi chiedo cosa giustifichi l’ostinazione senile di Napolitano nel tenere in piedi le “larghe intese”: fu una delle tante astuzie di Berlusconi, per uscire dall’angolo in cui si era cacciato a spese dell’Italia ora che la “tolleranza” della magistratura, docile ai giochi di Ghedini & Co, nel nome della purificazione dalla lebbra del comunismo, era a rischio.

giorgio_napolitanoPer fare ingoiare il rospo a quella ch’era per nascita la sua parte politica, Napolitano – appena uscito dal “Salva Italia” di Monti, con un Paese che i suoi prefetti hanno vestito degli orpelli e medaglie della “grande Nazione” – non ha avuto ritegno, dopo il “sofferto” e condizionato assenso alla propria rielezione, a raccontare balle crescenti sulle basi “storiche” della grande coalizione all’italiana, ribattezzata larghe intese: la Resistenza del 1942-45, il “compromesso storico” degli anni ’70, il valore supremo della “governabilità” che Letta jr ha presto tradotto in “stabilità politica”.

Le stesse “larghe intese”, uno stupido Risiko per il Pd, furono presentate come una svolta, il tempo nuovissimo della “conciliazione coesione” nazionale dopo un ventennio di divisione: tutti assolti i responsabili di quella dura transizione (e lungo ne sarebbe l’elenco), che hanno continuato a navigare su yacht di lusso, mentre i poveri cristi sulla nave Italia tentavano approdi da cui – quasi nuovi migranti – erano esclusi.

L’approdo “naturale” era parsa la spiaggia europea, e tale fu disegnata nel portolano di Prodi, che della “globalizzazione” intese con la sfida i rischi ma accettò fuor d’ogni realismo le regole dei “forti”: l’Italia dei furbi, degli evasori, dei corrotti venne nondimeno spinta ai margini; e tale dopo le recenti cure da cavallo resta, stavolta, ai margini di un’Europa che non c’è.

Il fatto nuovo delle ultime elezioni non fu certo il pari singolare del Porcellum, ma l’esplosione dei grillini e (nondimeno) la fascia irreducibile degli astenuti e degli indecisi. Un ceto politico, degno di questo nome, avrebbe assunto come atto dovuto la riconquista degli spazi “morti”: ha preferito, seguendo le convergenti senilità di Berlusconi e di Napolitano, di “accerchiare” con gli eletti delle “larghe intese” quel 15/20% del M5S sollecitato (pur dopo lo squallido mercato dei “responsabili”) ad assumersi responsabilità, che poi vuol dire deprimere un bisogno radicale di moralità a intesa, ambigua e sospetta anche quando onesta.

Quel che è accaduto in queste settimane, la leadership maniacale di Grillo e le “rivelazioni” insieme cretine e supponenti del suo profeta, danno conto della fretta di quei capi ad avere elezioni anticipate ad ogni costo: mentre Napolitano, che pur aveva minacciato dimissioni in caso di inadempienze dei “riconciliati” (Pdl, Pd, Udc), produce soccorsi or a questo or a quello creando il caos che dichiara di voler scongiurare.

E ora siamo al ridicolo decisionismo di Letta che – non senza l’avallo del nume che siede sul Colle – al tempo stesso prova e minaccia maggioranze variabili: a parte gli argomenti, autolesionisti per stupidità (leggi Casaleggio) a favore della legge Bossi-Fini, è questo il vero punto critico: quello di un governo, sostanzialmente di minoranza (v’ha chi creda a Letta che sventola la bandiera della stabilità politica?) che, pur di sopravvivere, si interpreta come a maggioranze variabili: è andata in Senato, con il ripudio dell’aggravante Maroni, alla Bossi Fini, si riproporrà – stavolta con la Destra – in materia di riforma costituzionale; per cercare nuovi alleati sulla cosidetta “legge di stabilità”, sulla riforma della giustizia, sull’invito a Berlusconi col trucchetto della Svuota-carceri, e infine (udite, udite) con il superamento del Porcellum.

Che sarà poi la regola con la quale voteremo, visto che la Consulta rinvia a tempi biblici una decisione da tempo promessa, e Quagliarello “ministeriale”, ma diversamente berlusconiano (a quando la storica dimostrazione che il grande statista di Arcore ha riportato il liberalismo in un’Italia condannata ad esser comunista?) non ci prova neppure a tirar fuori il coniglio dal cilindro.
E qui, ai margini del presente deserto politico e morale, mi fermo: non voglio essere complice di miraggi d’oasi per generazioni (almeno cinque o sei) di disperati. Cui Berlusconi (con la cura Gelmini), Monti (con le note e correzioni del cofondatore Profumo), ed ora Napolitano e le sue “larghe intese” han tolto e scuola e ricerca: quanti dei politici in questione sanno cosa sia ricerca? E chi non ricorda la ridicola iniziativa romana, benedetta da una delle solite omelie di Napolitano, che per conto del banchiere Passera Il Sole 24 ore e la Treccani misero frettolosamente in piedi? E che dire dei modi coi quali si è montata l’operazione singolare degli elenchi di docenti universitari (definiti “abilitati per merito”) di prima e seconda fascia, cui gli atenei – senza progetti e senza risorse – son chiamati a scegliere secondo anzianità?

Napolitano è andato a visitar le carceri, Letta si è commosso allo spettacolo delle bare. V’ha chi, ministro compreso, è entrato nei nostri laboratori (dal Cnr alle biblioteche e musei, quelli universitari e quelli civici) e ne ha misurato l’inadeguatezza limitandosi a chiedere il soccorso di un privato oggi alle prese, per proprio conto, con i format o la ricerca applicata di centri, istituti, fondazioni estere?

Di recente Napolitano si è fermato a ricordare il tempo (primi anni ’50) in cui si avvicinava con rispetto, nella Napoli laurina, a Palazzo Filomarino ove Croce aveva fondato l’Istituto di studi storici retto per 10 anni da Federico Chabod. Di quell’Istituto fui discepolo nell’anno 1949-50, di Chabod (e non solo) allievo, e negli anni vi ho anche insegnato: cosa sa il presidente della recente parabola, e dell’impegno eroico che lo tiene tuttora in vita?

Sono i confronti con l’Europa e l’Occidente che contano. E sento come tragica la sorte dei ricercatori che conosco, e che cerco, il cui percorso “virtuoso” prevede (ma quanti lo potranno?) un periodo di formazione e di attività “altrove” in vista di un rientro non a caso assimilato a quello dei capitali in rifugio nei paradisi (terreni). Son troppo vecchio per tentar profezie, ma spero di poter vivere l’ultima stagione in un Paese tornato “normale”, dopo i tanti, troppi salvatori.

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