L’economista e il vulcano

L’economista e il vulcano

Al suo arrivo di buon mattino davanti all’ingresso del Parco dell’Etna a Nicolosi, l’economista francese Serge Latouche si presenta con autoironia: «Sono il conferenziere». Sorride affabile e stringe la mani. Alto e magro ha i capelli bianchi e una barbetta che gli incornicia il viso.

Latouche_EtnaL’aspetto, nel suo abbigliamento adatto ad un’escursione in montagna, è di un tranquillo signore ad una tappa della sua vacanza in Sicilia. Eppure ci troviamo di fronte ad uno dei pensatori che hanno messo maggiormente in discussione i nostri modelli di vita, teorico della decrescita serena. Un rivoluzionario che vuole scardinare pacificamente il sistema attraverso la forza delle idee, avversario tenace del produttivismo liberista o socialista, perché l’impulso a produrre all’infinito contrasta con le risorse limitate del pianeta.

Le sue armi sono le parole. Nel Breve trattato sulla decrescita serena ha scritto: «La decrescita è uno slogan politico con implicazioni teoriche, una “parolabomba”, come dice Paul Ariès, che vuole far esplodere l’ipocrisia dei drogati del produttivismo». Un economista che, come un leader terzomondista d’altri tempi, è partito lancia in resta alla decolonizzazione del nostro immaginario.

A Nicolosi lo ha accompagnato il biologo Alfredo Petralia. Le presentazioni sono veloci: la presidentessa del parco Mazzaglia, il dirigente Caffo, Consoli e Andronico dell’Istituto nazionale di geologia e vulcanologia, il sindaco di Noto Bonfanti e signora; e Karin, la compagna tedesca di Latouche.

Un’escursione sull’Etna è il modo più efficace di saggiare la fragilità e la presunzione della condizione umana rispetto alla potenza della natura: lassù tutto diventa nudo ed essenziale.

Il viaggio sul fuoristrada è un progressivo allontanarsi dal consumismo: come per una scenografia preordinata man mano che si sale si diradano i sacchetti della spazzatura sul ciglio delle strade o le piccole discariche che violano la bellezza dei boschi e la sacralità della natura. Latouche osserva silenzioso, poi racconta di alcuni suoi studenti algerini: «Avevano il massimo rispetto per lo spazio privato, in cui dominavano ordine e pulizia, ma lo spazio pubblico era ridotto in condizioni pietose».

Lui per gentilezza non lo dice, ma per i siciliani che ascoltano il paragone è implicito.
Allora ci viene in mente un’altra sua frase apocalittica: «Ogni homo oeconomicus tende a diventare un criminale comune, più o meno complice della banalità economica del male».
Man mano che si sale, superata la zona dei boschi, siamo distratti dalla bellezza del paesaggio giù in basso. È come se ci fossimo lasciati alle spalle “lo stupro dell’immaginario” per restare incantati dal Golfo di Catania, sorvolando sulla città diffusa e senz’anima.

Dopo il Rifugio Sapienza, la prima tappa è una sosta per uno sguardo dall’alto sulla valle del Bove: «Non pensavo – dice Latouche – che fosse tutto così selvaggio». Ecco un pezzo di natura non addomesticato né addomesticabile, nonostante la funivia e il traffico continuo delle jeep straripanti di turisti inducano a pensare il contrario.
«Il turismo di massa è una catastrofe – osserva il professore – è fondato su presupposti effimeri».

Davanti ai resti della Torre del filosofo, il pensiero corre ad Empedocle che osservava l’Etna da vicino come laboratorio della natura. Karin sorride, fotografa l’economista, con le bocche del vulcano sullo sfondo, e dice: «Latouche ha portato la decrescita sulla luna».
All’Osservatorio di Pizzi Deneri, dalla cima del monte, il professore osserva estasiato il paesaggio: «Il Golfo di Catania sembra perdersi nel cielo». Nell’osservatorio ci sono tecnici e vulcanologi. Il discorso cade sulla bella vita che fanno gli scienziati, i quali non solo possono occuparsi di ciò che li appassiona ma anche vivere a contatto continuo con la natura e suoi misteri.
«È per questo – scherza Latouche – che la politica taglia i fondi. Per punire gli scienziati della bella vita che fanno».

A tavola in un ristorante al Rifugio Sapienza, Latouche diventa un affabile compagnone. Il vino gli scioglie la lingua.
«Nelle conferenze mi chiedono spesso in che consista l’abbondanza frugale. Temono che io predichi l’astinenza. E invece ecco cosa intendo: cibi del luogo come in questa tavola riccamente imbandita, verdura, pasta, pane».
Predica una correzione d’abitudini, che è già entrata nella mentalità elitaria, ma che per divenire di massa avrà da superare difficoltà insormontabili.
Definisce concreta la sua utopia, ma come sia difficile conciliare la ragione con il desiderio, lo dimostra lui stesso rievocando un incontro al convegno annuale dei commercialisti a Cagliari a cui lo aveva invitato uno di loro suo appassionato lettore.
«Ho ascoltato i loro interventi, tutti sostenevano opinioni opposte alle mie. Quando è stato il mio momento ho sostenuto duramente le mie tesi, senza alcun cedimento. Alla fine sono venuti tutti a congratularsi con me e a dire che erano d’accordo».

Latouche nel conversare come nello scrivere oppone a se stesso molti ma. E a volte lo fa in modo teatrale. Racconta la sua prima visita in Italia a undici anni nel 1951, quando faceva parte di un coro parrocchiale.
«A Roma le monache, presso cui alloggiavamo, ci vollero far visitare i luoghi di Santa Maria Goretti. Andammo in periferia. C’erano bambini con i piedi scalzi, affamati. Circondarono le suore che regalavano le caramelle».

Tace. Attende che l’attenzione degli altri sia concentrata su di sé e poi esplode in un sonoro: “Ma…”. Si ferma ancora e dopo un attimo riprende: «Avevano la Coca Cola che da noi non era affatto diffusa. L’americanizzazione in Italia è cominciata molto prima che in Francia».

Davanti alla varietà e ricchezza della cucina siciliana, alla combinazione variopinta di una caponata, alle olive verdi, alla verdura di campo, davanti ai vini dell’Etna, il discorso scivola con disgusto sulla dieta a base di hamburger e Coca Cola.

A questa scherzosamente Latouche attribuisce l’ideologia superomistica di alcuni ideologi americani che prevedono in futuro uno scontro finale tra una razza superiore super tecnologica e quella dei sotto uomini, amanti dell’ozio creativo e della convivialità. La sua in fondo è una battaglia umanistica.
Ha scritto: «Per permettere alla società dei consumi di continuare il suo carosello diabolico sono necessari tre ingredienti: la pubblicità, che crea il desiderio di consumare, il credito, che ne fornisce i mezzi, e l’obsolescenza accelerata e programmata dei prodotti, che ne rinnova la necessità».

Latouche sa bene che la crisi economica che stiamo attraversando ci sta costringendo alla decrescita ma, ecco un nuovo e forte ma, non è affatto serena, anzi provoca infelicità e depressione. Come uscirne? Come mutare la natura umana fondata sul desiderio infinito? Certo è che alle origini della nostra cultura c’è il mito di Adamo ed Eva: abitavano il Paradiso terrestre, avevano tutto, ma la curiosità e il desiderio del frutto proibito li ha perduti.

Salvatore Scalia lasicilia

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