L’«attentatuni», il botto di 22 anni fa

<strong>L’«attentatuni»</strong>, il botto di 22 anni fa

Last updated on Maggio 25th, 2014 at 12:37 pm

Fu Giovanni Brusca da San Giuseppe Jato a premere il tasto del telecomando. Erano le 17,58.

La strage di Capaci, dal punto di vista investigativo e giudiziario, non si è ancora conclusa. Vi sono filoni d’indagine in corso di esplorazione che i magistrati di Caltanissetta assieme alle forze di polizia stanno sviluppando da diverso tempo.

strage_capaci_mafia_falconeProprio quando sembrava che il racconto dei collaboratori di giustizia Gioacchino La Barbera, Calogero Ganci, Giovanni Brusca e Santo Mario Di Matteo – per citare alcuni dei più noti pentiti di mafia – avesse squarciato definitivamente il velo sui misteri dell’attentato, ecco che – negli ultimi anni – son venuti fuori altri episodi, altri fatti, altre novità. E tutti i tasselli del grande mosaico, con fatica e meticolosa precisione, sono in corso di definitivo posizionamento.

Dopo avere archiviato il processo per la strage, comincia una nuova stagione dibattimentale.

«Il processo “Capaci Bis” che inizia oggi è molto importante perché vi saranno nuovi imputati e riguarderà le persone che hanno partecipato al reperimento dell’esplosivo per la strage di Capaci, individuate grazie alle rivelazioni del collaboratore di giustizia Spatuzza». Lo ha detto il pm Domenico Gozzo, intervenuto all’incontro “Menti raffinatissime, le intuizioni di Giovanni Falcone nell’Italia di oggi” organizzato a Giurisprudenza, a Palermo.
«La procura di Caltanissetta è impegnata nel reperimento di nuove prove – ha aggiunto Gozzo e anche tre quarti del processo Borsellino quater sono a buon punto».

Facciamo un passo indietro e ripercorriamo il film dell’agguato passato alla storia come “l’attentatuni“. E’ una parola siciliana che è stata captata da agenti della Dia nel covo di via Giovan Battista Ughetti, a Palermo, dove si nascondevano Gioacchino La Barbera e Antonino Gioè, due dei partecipanti al massacro del 23 maggio. I due parlavano a ruota libera e non sapevano di essere intercettati. Gli investigatori della Dia avevano imbottito di “cimici” l’appartamento di via Ughetti e quando i due parlarono di “attentatuni” gli inquirenti compresero che stavano parlando della strage dell’autostrada. Ci furono retate, soprattutto nel clan di Altofonte, della Noce, di San Lorenzo.

Le rivelazioni di Di Matteo e di La Barbera portarono all’individuazione di chi, materialmente, aveva premuto il tasto del telecomando: Giovanni Brusca da San Giuseppe Jato.

Il boss jatino, detto ‘u verru”, fu catturato anni dopo dai segugi della Squadra mobile di Palermo in una villetta dell’Agrigentino. Poco dopo Brusca si è pentito e ha dato una sua versione su quello che era accaduto sulla collinetta di Capaci. C’erano Bagarella, Gioè ed anche gruppi di sicari della Noce e di San Lorenzo. Furono chiamati in causa “uomini d’onore” del clan di Capaci che offrirono supporto logistico ed operativo ai palermitani e ai “corleonesi”.

Alle 17,58 di sabato 23 maggio 1992 i killer di Cosa nostra portarono a termine l’attentato contro il giudice considerato il “nemico numero uno” di Cosa nostra. I mafiosi brindarono a Palermo, in un magazzino di Altarello di Baida. E brindarono anche in carcere i mafiosi detenuti. Ci fu anche il tempo di celebrare il matrimonio di un mafioso che aveva scelto la data del 23 maggio per le sue nozze. Era un ulteriore “sfregio” al magistrato che aveva inferto colpi mortali all’organizzazione mafiosa.
l. z. la sicilia

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