Clima di pacificazione per avviare la crescita

Clima di pacificazione per <strong>avviare la crescita</strong>

Dopo aver vinto in casa, ora Renzi deve vincere in Europa.

Il risultato delle elezioni europee ha fatto tirare un sospiro di sollievo a quanti temevano un esito elettorale destinato a lacerare il paese ed a produrre un prolungato vuoto di potere.

Matteo_Renzi_PremierIl dato elettorale, di per sé, non risolve tutti i problemi che il premier Renzi dovrà affrontare in un Parlamento frammentato, e soprattutto in un Senato dove il governo può contare su una maggioranza risicata.

E, tuttavia, pare che nel paese si sia levato un vento rigeneratore che dovrebbe consentire l’avvio di quella feconda stagione delle grandi riforme che sono state annunciate da Renzi e che in parte sono state già avviate attraverso i disegni di legge trasmessi al Parlamento.

La sconfitta elettorale subita da un avventuriero della politica che prometteva di mettere a ferro e fuoco l’Italia crea un clima di pacificazione sociale. E di ciò c’è bisogno, per avviare un nuovo ciclo politico ed istituzionale che consenta al paese di ritrovare l’unità necessaria per realizzare una crescita sostenibile, fondata sul rispetto della legge e su una maggiore giustizia sociale. L’Italia pare, insomma, destinata dopo questo voto a risalire la china nella considerazione della comunità internazionale e, in particolare, degli investitori esteri.

Le elezioni sono state vinte soprattutto da Renzi, che si è gettato nella mischia elettorale battendo tutto il territorio nazionale per spiegare al paese che un’altra Italia è possibile. A questo messaggio gli elettori hanno creduto, al di là delle più ottimistiche previsioni. Esso è stato raccolto anche dal mondo giovanile che molti descrivevano come definitivamente catturato dall’invito “sfascista” che Grillo rivolgeva soprattutto ai giovani, descrivendoli come disponibili a distruggere tutto per dimostrare la propria indignazione.

L’invito di Renzi ad avere fiducia in un’Italia ed in un’Europa diverse, basate sul rispetto dei doveri ma anche su un diffuso sentimento di solidarietà, ha non solo ridato speranza alla gente, ma ha reso più razionale il confronto politico, più chiara la reale entità della posta in gioco. L’Italia è stata posta di fronte ad un bivio: rinnovarsi o affondare. Renzi non poteva risolvere in pochi mesi i problemi del paese, alcuni dei quali antichi o antichissimi. Ma ha manifestato una sincera volontà di fare, dimostrando che qualcosa finalmente si muove. Ed in questo senso un suo punto di forza è costituito dalla squadra dei ragazzi che ha messo in campo. Essi sono la faccia nuova della politica italiana.

Adesso, per il leader si tratta di mettere a frutto questo risultato straordinario. Un risultato mai raggiunto nella storia della Repubblica da nessun partito, neanche dalla dc dei tempi d’oro, considerato anche il distacco di venti punti inflitto al secondo partito. Non ci si può limitare, dopo questo voto, ad annunciare l’agenda delle riforme, ma occorre saper convincere il Parlamento ad assecondare l’iter del processo riformatore con comportamenti costruttivi, perché questo Parlamento può diventare un Parlamento costituente.

Il paese ha condiviso la necessità di ripensare lo Stato di cui Renzi aveva parlato in occasione delle primarie e della formazione del suo governo. Il leader del Pd esce dal voto delle europee molto rafforzato. E di ciò non può non prendere atto il Parlamento, se si vuole che la legislatura giunga alla sua scadenza naturale.

Renzi deve adesso sapere spendere la straordinaria legittimazione che il voto gli dà sia nella vicenda politica italiana che nei rapporti con gli altri leader europei, molti dei quali sconfitti alle elezioni, con cui può dialogare muovendo da una oggettiva posizione di forza. Il semestre di presidenza italiana dell’Ue non può non lasciare un segno attraverso l’avvio di un processo di riorientamento dell’Ue che viene sollecitato a gran voce da un ampio schieramento che attraversa le tradizionali famiglie politiche europee. Sono in tanti infatti a chiedere meno fiscal compact e più social compact.

Il Premier, insomma, dopo avere vinto le elezioni in casa deve adesso vincerle in Europa.

Anche se la vittoria elettorale non cambia i rapporti di forza tra i partiti, tuttavia essa non può non incidere sui rapporti tra Renzi ed i partiti, a cominciare dal suo partito. Egli oggi dispone di argomenti molto convincenti in questo senso, anche nei confronti della sua tutt’altro che omogenea coalizione. E ciò vale anche con riferimento ai rapporti con quella parte dell’opposizione che ha sottoscritto il patto del Nazareno. Andare alle elezioni anticipate per impedire a Renzi di governare non conviene a nessuno. Se ieri si spiegava da parte di molti che Renzi non aveva una forte legittimazione perché era arrivato a Palazzo Ghigi senza passare attraverso una consultazione elettorale, adesso il passaggio elettorale c’è stato ed il verdetto è stato inequivocabile.

Il partito delle elezioni anticipate che avrebbe dovuto portare il paese al collasso è stato sconfitto, ma se esso dovesse riorganizzarsi come partito del disordine, in Parlamento e nel paese, va inevitabilmente fermato nell’unico modo possibile, ridando la parola al popolo, cioè scegliendo la strada delle elezioni anticipate. Sarebbe questa una iattura per tutti, però.

L’unità del Pd adesso è essenziale per garantire la stabilità politica. Questo partito nel momento in cui diviene perno insostituibile degli assetti di governo deve dare un’immagine di sé ineccepibile sia al centro che in periferia. Il partito nel territorio deve presentarsi con un profilo alto per il modo come assolve le responsabilità di cui è investito. Esso è chiamato a garantire su tutto il territorio nazionale una iniziativa politica di qualità, che sia all’altezza della grande fiducia che il paese gli ha espresso, conseguendo un risultato abbastanza omogeneo sul territorio.

Il Pd, infatti, ha vinto largamente sia nei territori in cui da sempre può contare su un forte insediamento sociale, sia in quelli in cui il suo insediamento è stato storicamente più debole. Il governo del partito in periferia, le classi dirigenti che esprimerà, la linearità dei comportamenti che assumerà nelle istituzioni non possono non tenere conto della grande scommessa del cambiamento nella quale il suo leader è impegnato. Salvo Andò la sicilia

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