Il Patto del Nazareno garantisce le riforme

Il <strong>Patto del Nazareno</strong> garantisce le riforme

Dopo le larghe intese fallimentari, ora il bipolarismo di pace.

L’approvazione della riforma del Senato costituisce la più significativa innovazione costituzionale della storia repubblicana. Renzi è riuscito a far passare il testo proposto senza che esso subisse degli stravolgimenti e nei tempi previsti.

Matteo_Renzi_PdSi tratta di un innegabile successo per il governo, tenuto conto dei contenuti del provvedimento approvato: eliminazione del bicameralismo perfetto e nuovo riparto delle competenze tra Stato e Regioni. Ma si tratta anche di un successo del metodo seguito, quello di negoziare la riforma con il leader dell’opposizione, con Berlusconi.

C’è da sperare che questo sia un buon precedente, che dia impulso ad un processo riformatore che possa essere sostenuto da un largo consenso parlamentare. Nel passato ventennio nessuna «grande riforma, proposta dal centro-destra o dal centro-sinistra, è arrivata in porto. Con la riforma del Senato forse si avvia un nuovo ciclo costituzionale, nel quale l’esercizio della funzione di governo in Parlamento viene finalmente garantita ed il ruolo dell’opposizione pienamente riconosciuto.

Si sono chiesti in tanti, nei giorni scorsi, quale sia il reale contenuto del patto intervenuto tra Renzi e Berlusconi, il famoso patto del Nazareno, per capire quali riforme potrebbero passare a larga maggioranza. E si sono chiesti anche dei ragguagli sui dettagli tecnici delle riforme annunciate, su come verranno in concreto declinati i principi su cui si è raggiunta l’intesa.

La questione in tal senso più rilevante è quella della legge elettorale. L’accordo del Nazareno – sia esso scritto o verbale – presenta margini di flessibilità? O si va verso un duro scontro in Parlamento e nel Paese?

Considerata la durezza di certe polemiche, pare che il problema non sia solo quello di venire incontro alle richieste dei partiti minori abbassando le soglie di accesso alla rappresentanza ed alzando la soglia prevista per incassare il premio di maggioranza, bensì di mettere in discussione alcuni principi ispiratori del testo approvato alla Camera. Una cosa pare certa. Una volta che si è optato per un Senato di nominati, risulta eccessivo imporre ai cittadini anche una Camera di deputati nominati, senza prevedere neppure delle primarie vere, obbligatorie, che diano una piena legittimazione agli “eletti”.

Non è interesse dei leader dei partiti maggiori fare scelte che diano vigore alle campagne spesso livorose dell’antipolitica. Il Paese ha bisogno delle riforme istituzionali, ma anche di altre riforme, quelle che possano promuovere la competitività ed aiutare la crescita. Un clima di rissa sociale non agevolerebbe l’iter parlamentare, quando si tratterà di decidere su fisco, lavoro, giustizia.

Nessuno è in grado di dire con certezza se l’intesa tra Renzi e Berlusconi possa andare al di là delle riforme istituzionali. È auspicabile che permanga l’attuale clima collaborativo, che consente di dare al Paese le risposte di cui esso ha bisogno, fermo restando che non sono alle viste governi di larghe intese e che alle elezioni lo scontro per la guida del governo ci sarà e sarà duro.

È interesse di quasi tutti i partiti lavorare perché si consolidi una diversa identità del sistema bipolare. Si tratta di passare da un bipolarismo di guerra ad un bipolarismo di pace. È su questo terreno che Renzi ha vinto la sua partita. Paradossalmente, il governo delle larghe intese, che pure comprendeva anche il centro-destra al completo, ha avuto una vita più difficile di quello attuale, non è sembrato in grado di fronteggiare adeguatamente agguati parlamentari e sabotaggi posti in essere da alcuni settori della coalizione.

La larghe intese davano meno garanzie ai leader della maggioranza e dell’opposizione, dal punto di vista della stabilizzazione del loro ruolo. E poi c’erano frequenti dissonanze su questioni assai rilevanti, in primo luogo in tema di rapporti con l’Ue. Oggi tra Renzi ed il centro-destra che parla attraverso Berlusconi c’è molta più armonia di quanto non ve ne fosse all’interno del governo Monti, considerato che il premier sembrava interessato soprattutto ad incassare dei certificati di buona condotta dai leader europei, più che a compattare la sua maggioranza.

Renzi ha capovolto questo paradigma, chiedendo con vigore un riorientamento delle politiche europee. E ciò giova all’immagine del governo, anche in Europa, oltre a garantire in politica estera una certa sintonia tra governo ed opposizione.

Di ciò si dolgono Sel ed il movimento di Grillo, le cosiddette opposizioni antagoniste. Esse chiedono di dialogare con Renzi, ma a condizione che questi rompa con Berlusconi. Più che il merito delle riforme, viene insomma contrastato il metodo seguito per farle. Ebbene, considerati i numeri di cui il governo dispone al Senato – per come sono stati confermati anche dalla votazione finale sulla riforma del Senato – una rottura con Berlusconi costringerebbe Renzi a navigare a vista.

Chi si oppone al Patto del Nazareno non si rende conto, o se ne rende conto perfettamente ma vuole difendere il proprio potere negoziale, che un bipolarismo di pace consente a chiunque vinca le elezioni di potere governare senza operare strappi intollerabili sul terreno delle abitudini democratiche che l’alternanza deve garantire. Il Paese non può consentirsi la rissa permanente che ci ha regalato la Seconda Repubblica. Le grandi riforme a suo tempo promesse non si sono fatte, e le poche che si sono fatte hanno avuto vita breve, anche perché è prevalsa una cultura del maggioritario, condivisa da centro-destra e centro-sinistra, secondo la quale chi vince può prendersi tutto e la maggioranza di governo è legittimata a procedere a spallate. Si è trattato di una concezione davvero eversiva del bipolarismo e del principio maggioritario, che ha portato ad usare le riforme, anche quelle costituzionali, come strumento di lotta politica e a confiscare persino la funzione arbitrale svolta dagli organi di garanzia.

Il Patto del Nazareno da questo punto di vista è molto più garantista. Le riforme programmate sono rispettose del principio del potere limitato che caratterizza il funzionamento di un normale democrazia parlamentare. Il ruolo delle opposizioni viene pienamente riconosciuto, a condizione che esse non tendano a impedire l’esercizio della funzione di governo. Il primato della Costituzione ed il rispetto della legge paiono finalmente accettate da entrambi gli schieramenti politici, e non sulla base di contingenti convenienze ma, almeno si spera, in via definitiva. Salvo Andò la sicilia

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