Noi e la Terra, un unico destino

Noi e la Terra, un unico destino

La Giornata della Terra, istituita mezzo secolo fa sull’onda del nascente movimento ambientalista, ci dovrebbe consentire di aprire una riflessione sui pericoli che ci minacciano e le sfide che ci attendono.

Il livello di consapevolezza ambientale è indubbiamente cresciuto negli ultimi decenni. Si è progressivamente rafforzata la coscienza che lo spazio geografico in cui viviamo è l’unico di cui disporre e non è riproducibile: una  storia plurimillenaria si innerva in ogni costa, valle e montagna, in ogni città piccola o grande. Ne è emersa la  necessità di stabilire regole atte a disciplinare le interazioni tra uomo e ambiente, definendo i confini di una nuova responsabilità individuale e sociale. Sono così nati nuovi diritti sulla base di una visione della Terra come bene da  tutelare: il diritto all’ambiente che afferma il diritto propriamente umano a godere di un ambiente sano, non  contaminato, di cui occorre preservare la bellezza e il diritto dell’ambiente che ne definisce il valore intrinseco da  salvaguardare, in quanto patrimonio universale dell’umanità da trasmettere nella sua integrità alle future  generazioni. Ma è soprattutto il saggio Gaia (1979) di James Lovelock a esercitare una profonda influenza  introducendo l’idea del pianeta Terra come un unico organismo vivente. Un’idea nuova e sorprendente, che stupisce il mondo scientifico ma che riprende in realtà un’immagine arcaica, quella, propria del mondo premoderno, che vedeva nella Terra non solo un essere vivente ma la madre da cui la vita si genera: Terra Mater, un’immagine potente che suscitava sentimenti di amore ma anche di timore.

Negli stessi anni un libro di una storica delle idee, Carolyn Merchant, ne “La morte della natura. Donne, ecologia e rivoluzione scientifica”, mostra come l’idea materna della Terra abbia esercitato in un remoto passato un preciso ruolo normativo, promuovendo atteggiamenti di rispetto nei confronti della natura e come, viceversa, nel mondo moderno, nato dalla rivoluzione scientifica, sia subentrata una visione meccanicistica, un’immagine della natura sempre più simile ad una macchina da manipolare a esclusivo profitto dell’uomo. Solo nel mondo postmoderno, grazie all’ecologia, è stato possibile per noi recuperare una visione organicistica, spogliata da ogni mitologia e scientificamente fondata, che restituisce vita alla Terra. L’uomo riconosce di essere parte di un tutto che gli è legato inseparabilmente, membro di una comunità di vita, l’ecosistema. Un punto di svolta di straordinaria importanza nella nostra storia – che ha indotto taluni filosofi, come Hans Jonas, a identificare nella natura come responsabilità umana il novum su cui riflettere nell’ambito dell’etica o storici della scienza, come Michel Serres, a parlare di
un contratto da stipulare con la natura, ieri vittoriosa e ora vittima, per riparare ai danni ad essa inflitti.

Anche la comunità internazionale ha dovuto prendere atto di quanto il nostro futuro sia legato alla capacità di essere in equilibrio col pianeta e, quindi, dell’urgenza di varare strategie di sviluppo sostenibili. Le linee generali delle più recenti politiche ambientali sembrano per molti aspetti sottolineare la centralità della tematica ambientale per
una politica rivolta al futuro ma, insieme, capace di recuperare e rafforzare i valori che hanno fondato l’Europa in una storia che ha radici assai antiche. Una storia, occorre ricordare, in cui natura e cultura non sono contrapposte come due regni separati ma vivono in uno scambio continuo e, spesso, in profonda simbiosi. Un paesaggio è formato da stratificazioni della memoria almeno quanto da sedimentazioni di rocce. Fiumi, foreste, montagne non formano soltanto il paesaggio che l’uomo ha abitato dalla preistoria ma sono le forze vive con cui si è misurato creando la sua storia e alimentando la sua fantasia. Per questo la giornata della Terra è anche la nostra giornata. Oggi che l’emergenza sanitaria ha attirato la nostra attenzione su come l’alterazione degli ecosistemi e la sottrazione di habitat naturali alle specie selvatiche favorisca il diffondersi di patogeni prima sconosciuti, dovremo diventare sempre più consapevoli che la salute è globale e che unico è il destino.

Luisella Battaglia – Secolo XIX 22/04/2020

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