Theo Anghelòpoulos. Scompare un uomo votato alla massima espressione culturale del mondo del cinema

<strong>Theo Anghelòpoulos</strong>. Scompare un uomo votato alla massima espressione culturale del mondo del cinema
Theo Angelopulos

La scomparsa di Theo Anghelòpoulos un mese fa, il 24 gennaio, mentre girava il suo quattordicesimo film, ultima parte della trilogia dal titolo «L’altro mare», interpretata da Tony Servillo, comporta, per il cinema e per la cultura, una gravissima perdita.

Personaggio di spicco del cinema greco dagli anni Settanta in poi, acclamato in tutto il mondo, Angelòpoulos era nato ad Atene nel 1935. Abbandonati gli studi giuridici per il cinema, si trasferisce a Parigi dove nel 1962 viene ammesso alla scuola francese di cinematografia, IDHEC. Lì entra in contatto con opere e autori sconosciuti in Grecia, come il giapponese Kenji Mizogouchi. Rientrato in patria nel 1964, lavora come critico e dal 1969 pubblica la rivista «Cinema contemporaneo». La carriera del regista inizia con i cortometraggi «Forminx» (1965) e «Trasmissione» (1968). Quest’ultimo, apprezzato al festival di Salonicco e premiato dalla critica, tenta l’approccio verso un nuovo modello di giornalismo, quello radiofonico: domande a gente della strada del tipo “come sognate l’uomo ideale” e premi. Il suo primo lungometraggio «Ricostruzione di un delitto» (1970) viene premiato sia al festival di Salonicco sia in numerose rassegne internazionali. Nel corso degli anni ’70, realizza una trilogia sulla storia patria, composta da «I giorni del ’36» (1972), «La recita» (1975), considerato da molti il suo capolavoro, e «I cacciatori» (1977, Orso d’oro al festival di Berlino). Negli anni ’80, vince il Leone d’oro a Venezia con «Alessandro il Grande» (1980), e firma una nuova trilogia, dedicata al tema del viaggio, e costituita da «Viaggio a Citera» (1984), «Il volo« (1986), interpretato da Marcello Mastroianni, e «Paesaggio nella nebbia» (1988, Leone d’argento a Venezia). Negli anni ’90 torna a dirigere Mastroianni ne «Il passo sospeso della cicogna» (1991), e conquista due riconoscimenti a Cannes: il Gran Premio della Giuria con il solenne «Lo sguardo di Ulisse» (1995), e la Palma d’oro con «L’eternità e un giorno» (1998), che lo riporta al tema dell’infanzia con l’incontro tra uno scrittore e un ragazzino albanese. Negli ultimi anni, realizza il primo e il secondo capitolo di un’altra trilogia, dedicata alla Grecia del secolo scorso: «La sorgente del fiume» (2004), e «La polvere del tempo« (2008) sulla cui produzione (frutto dei contributi ministeriali di Grecia, Russia, Germania e Italia), Angelòpoulos ha dichiarato: «Non sono più i produttori a metterci i soldi. I film che faccio sono considerati eventi culturali». Quando è stato investito, il regista girava la terza parte della trilogia dal titolo «L’altro mare», storia di un padre e di una figlia, di fronte alla crisi che stiamo vivendo.

Si è scritto e parlato molto su Angelòpoulos, e molto è stato sintetizzato nelle etichette: «poeta delle immagini», «regista acclamato», «riconosciuto a livello internazionale», «regista che ha narrato la Grecia», etc. Tutti i suoi film consegnano immagini potentissime che catturano lo spettatore in una scansione narrativa che riproduce il passaggio delle stagioni naturali e umane, e il tempo del dolore.

L’eredità cinematografica riguarda contenuti narrativi modernisti: opere inconsuete nella misura e nella rappresentazione del tempo, contraddistinte dall’uso di tempi morti, fuori campo, inquadrature fisse e uso ricorrente del piano sequenza che mescola avventura esistenziale e avventura storica; grande cura dei particolari e della colonna sonora (memorabili quelle composte da Eleni Karaindrou).

Un’estetica dello sguardo che non ha bisogno di sangue e urla per emozionare. «Ciò che dà valore a un autore – disse Angelòpoulos – non sono né la critica, né il pubblico, ma il tempo, non come durata, ma come un intreccio di passato, presente e futuro di ciascuno di noi. Il tempo siamo noi». Un’altra volta aveva dichiarato che in tutta la sua vita aveva girato un solo film suddiviso – come un libro – in capitoli. Ogni film, come ogni capitolo, può giungere a una conclusione ma può anche rimanere in sospeso. Sul cinema di Angelòpoulos si sono avanzate molte definizioni, ma a noi sembra che il termine che lo rappresenta con più esattezza sia quello suggeritoci dallo stesso Maestro: la cultura. «Credo sinceramente e sempre ripeterò che quest’epoca ha bisogno di dare quanta più enfasi possibile alla cultura … Stranamente, in tempi di crisi l’Arte fiorisce».

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