Cinema. Gianluigi Rondi l’uomo del festival di Taormina

<strong>Cinema</strong>. Gianluigi Rondi l’uomo del festival di Taormina
Gianluigi Rondi

| Gianluigi Rondi ha 91 anni e da mezzo secolo influenza il cinema italiano. E’ stato a lungo il critico cinematografico del «Tempo» di Roma e fino a pochi giorni fa era presidente del festival di Roma. E’ ancora direttore del festival di Sorrento e presidente del Premio David di Donatello. E’ stato anche direttore del festival di Taormina dove portava i suoi David con i quali premiava i più noti divi di Hollywood. Erano gli anni 60-70. Poi ci fu una rottura con il Comune di Taormina perché i David d’oro costavano un occhio della testa e perché alla fine gli attori erano quasi sempre gli stessi.

Non so quanti David hanno vinto Sofia Loren, Alberto Sordi, Nino Manfredi taorminese di adozione, Vittorio Gassman, e poi anche i divi americani da Gregory Peck a Lana Turner, da Charlton Heston a Liz Taylor, s’erano già visti tutti e restavano solo quelli di seconda fascia. Così avvenne la rottura e Taormina scelse come direttore Guglielmo Biraghi, il compianto critico del «Messaggero». E Biraghi cominciò con un Premio per i migliori film vinto alla prima edizione da «Non si uccidono così anche i cavalli?» con Jane Fonda splendida protagonista. Ma Rondi non era disposto a mollare, voleva tornare in sella e così incontrandomi al San Domenico mi fece tutto un discorso per sponsorizzare un suo ritorno. Cosa che naturalmente non feci, anche perché non avevo alcuna autorità. Voglio dire che Rondi è uno di pasta democristiana che resiste fino all’ultimo attaccato alle poltrone secondo il motto andreottiano «il potere logora chi non ce l’ha». Ora i suoi David li consegna in un teatro di Roma ed è stato costretto a dimettersi dalla presidenza del Festival romano.

I grandi festival sono sempre quei due, Cannes e Venezia, il primo perché ha un grande mercato di film, il secondo perché il fascino di Venezia è incomparabile. Poteva capitare anche a Taormina questa fortuna quando nel ’68 la contestazione pasoliniana portò all’abolizione di tutte le premiazioni e il sindacato dai produttori italiani scelse Taormina come sede dell’unico festival italiano con diritto di assegnare premi. Taormina se la cavò con dignità, ricordo che «Africa addio» di Gualtiero Jacopetti vinse il primo premio, ma dopo due anni tutto tornò a Venezia. Erano comunque anni splendidi, si succedevano i direttori della Rassegna, poi ci fu Enrico Ghezzi fino all’ultima Deborah Young, e si succedevano i sindaci Nicolino Garipoli, Eugenio Longo, Aurelio Turiano fino a Mauro Passalacqua. Ora Taormina ha problemi di finanziamenti e quindi risparmia sui direttori. E’ una formula happening.

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