Bruce Springsteen. Il Boss è tornato, presentato il suo ultimo capolavoro

<strong>Bruce Springsteen</strong>. Il Boss è tornato, presentato il suo ultimo capolavoro

Last updated on Ottobre 1st, 2012 at 03:58 pm

Bruce Springsteen

L’ultimo eroe del rock’n’roll è tornato. Bruce Springsteen ha qualche ruga in più e lungo la strada ha perso alcuni degli amici più cari, ma il fuoco sacro del più potente poeta-guerriero mai apparso sulla scena della musica popolare non si è ancora spento. Tutt’altro. Wrecking ball, l’album uscito il 6 marzo, è un capolavoro che ci riporta il rocker più maturo e valido dal punto di vista lirico.
Se Working on a dream era il disco della speranza, del sogno di una nuova America incarnata da Obama, questo è il brusco risveglio che apre gli occhi sull’incubo della realtà, della crisi economica che ha corroso le fondamenta della nazione, con Springsteen che punta il dito contro chi l’ha alimentata, in prima fila gli avidi “gatti grassi” della finanza (Easy money) e chi, in generale, ha mandato in frantumi il caro e vecchio American Dream, il sogno del quale tenta di parlarci ormai da quarant’anni. Wrecking ball s’incanala sulle strade folk di Nebraska e Tom Joad, è il nuovo capitolo di una grande romanzo americano che ha in Steinbeck e Flannery O’Connor le sue influenze, è il sequel di un film in bianco e nero ispirato a Ford e Malick. E’ un album che urla in faccia che la distanza tra la realtà e il sogno americano è enorme, che la promessa è stata tradita. Parla di depressione. Economica, per cominciare; sociale, per peggiorare; morale – il che è intollerabile per Bruce.
Si parte subito con We take care of our own (“Insieme ce la facciamo”). Springsteen non perde tempo e pone subito una serie di domande inevitabili in un momento storico pervaso dall’incertezza e dalla preoccupazione (“dov’è il lavoro che renderà libere le mie mani, la mia anima?”).

Wrecking ball è una botta alla bocca dello stomaco, una collezione di liriche potentissime e inequivocabili, una galleria dei consueti protagonisti springsteeniani che stavolta sembrano sospesi nel tempo. Come lo spiantato di Easy money, vestito a festa, pronto a fiondarsi in città con la sua ragazza agghindata in abito rosso e una Smith & Wesson in mano. O come Jack of all trades, l’uomo per tutte le stagioni che se avesse “una pistola, troverei i bastardi e gli sparerei a vista”. E i bastardi sono i banchieri che “diventano sempre più grassi”, mentre “il lavoratore diventa sempre più magro”.
Death to my hometown suona come una parata di San Patrizio a New York ed è l’efficace metafora di questa non-guerra, dove la “hometown” di springsteeniana memoria è devastata dalla crisi in un immaginario scenario post-bellico dove non ci sono né bombe né eserciti e le macerie sono più umane che materiali (“Hanno distrutto le fabbriche delle nostre famiglie e si sono presi le nostre case / Hanno lasciato i nostri corpi a giacere nei campi, con gli avvoltoi che beccavano le nostre ossa”) e i cui responsabili sono presto individuati e condannati (“Cantiamolo forte e bene / Spediamo i baroni del furto direttamente all’inferno / Gli avidi ladri che sono venuti a mangiarsi la carne di tutto quello che hanno trovato / I cui crimini sono impuniti ora / Che camminano per le strade da uomini liberi ora”).

Il Boss è indignato. L’obiettivo è il mondo della finanza e delle banche, ma il vero cancro è stato causato da strati di aviditàe da decenni di dissoluzione dello stato sociale che a quel mondo hanno spalancato le porte e hanno lasciato mano libera. La toccante This depression (con Tom Morello alla chitarra) sancisce il punto più basso della condizione americana nei nostri anni Dieci: “Mi è già successo di sentirmi giù e perso, ma mai così; la mia fede aveva già vacillato, ma non mi ero mai sentito senza speranze; in questa depressione ho bisogno del tuo cuore”. You’ve got it potrebbe essere la nuova Fire con l’incipit acustico, il crescendo elettrico e una sezione fiati al top. Contagiosa Shackled And Drawn. Rocky ground lancia un loop elettronico per poi dare spazio a un fantastico cantato femminile che fa incrociare sacro e profano: l’intermezzo rap e l’atmosfera hip hop declinano verso un finale gospel.
Si avverte il cambio di produttore: dall’ultimo Brendan O’Brien, che in Working on a dream giocava un po’ troppo a fare Phil Spector, a Ron Aniello, che infonde a Wrecking ball un sound secco e senza fronzoli che pone, giustamente, la voce di Bruce Springsteen in primo piano. Anche perché «è un disco mio, al 95% – ha tenuto a sottolineare Springsteen – Non è un disco della E Street Band». Che però c’è, più organica, meno sovrapposta. Esplodendo in Land of hopes and dreams, canzone eseguita dal vivo nel 1999 e per la prima volta incisa: è un treno che trasporta vincitori e sconfitti, suonano le campane della libertà e, nota struggente, squilla l’assolo di Clarence. E’ un momento toccante e dal vivo farà scorrere molte lacrime.

«Non verrà sostituito da un altro solista ma da un’intera sezione di fiati tra i quali c’è anche il figlio di suo fratello – annuncia Springsteen in vista dell’inizio del tour che farà tappa in Italia il 7 giugno a Milano, il 10 a Firenze e lunedì 11 giugno a Trieste – Per sostituire “Big Man” ci vuole un villaggio intero. E con noi suona anche il figlio del batterista Max Weinberg. Ora troviamo un ragazzo che sostituisca me così almeno potrò stare a casa a riposare…».
Epico, con un finale quasi festoso il brano che dàil titolo al disco: la wrecking ball è la palla di metallo che distrugge i vecchi fabbricati nell’America del continuo rinnovamento, è quella che ha raso al suolo lo stadio dove «giocavano i giganti», come canta Springsteen, ovvero la squadra di football americano dei New York Giants. E’ la metafora dell’album: «E’ l’idea che volevo trasmettere, distruggere, per poi ricostruire, come dice la canzone: hard times come, hard times go… », commenta il Boss.
Si chiude con l’incedere morriconiano di We Are Alive, una sorta di “Spoon River”, in cui Springsteen fa parlare i morti, vicini nel cimitero ma appartenenti a epoche diverse della storia dell’America, dalla guerra civile ai nostri giorni. «Il senso è che tutto è ciclico – ha spiegato – La sopraffazione, la violenza, il furto e la negazione dell’umanità si ripresentano sempre, nella Storia».

Wrecking Ball uscirà in due diverse edizioni, la versione standard con 11 brani e la Special Edition con in più le già note Swallowed Up (In The Belly Of The Whale) e American Land, dedicata ai McNicholas, ai Polanski, agli Smith e agli Zerilli sbarcati a Ellis Island inseguendo il sogno americano dal quale sono stati inghiottiti.

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