La “Gioconda” è un falso?. Una mostra suscita sospetti sull’autenticità dell’opera al Louvre

<strong>La “Gioconda” è un falso?</strong>. Una mostra suscita sospetti sull’autenticità dell’opera al Louvre
Gioconda

L’esposizione in Svizzera, alcuni giorni addietro, di una “Gioconda” attribuita a Leonardo da Vinci, facendo seguito ad un dipinto “analogo” che da sette mesi troneggia in una sala del Museo del Prado di Madrid, può aver ingenerato in più d’uno il sospetto che forse vada messa in dubbio l’autenticità della “Monna Lisa” che ogni giorno attrae al Louvre circa ventimila ammiratori. Sia la mostra svizzera sia quella spagnola, in realtà, hanno lasciato completamente indifferenti gli esperti di cose d’arte perché l’esistenza dei due quadri “similari” della Monna Lisa -e non solo di essi- era nota già da vari decenni.

Il dipinto ora presentato a Ginevra fu acquistato nel 1962 dal collezionista statunitense Henry F. Pulitzer, erede dell’editore Joseph Pulitzer che nel 1917 creò il “Premio Pulitzer”, il riconoscimento tuttora più ambito del giornalismo Usa. A venderlo fu un collezionista inglese, Hugh Blaker, che lo aveva acquistato da un nobile francese e si era portato il dipinto nella propria casa di Isleworth alla periferia di Londra (motivo per cui gli esperti chiamano quest’opera «Monna Lisa Isleworth»). Il collezionista inglese consegnò pure a Pulitzer una documentazione secondo la quale il quadro sarebbe stato dipinto da Leonardo una decina d’anni prima della “Gioconda” che troneggia al Louvre (e difatti il viso della donna ritratta appare più giovanile). Si crede che la donna ritratta fosse Lisa Gherardini, moglie del ricco fiorentino Francesco del Giocondo.

Dopo la morte di Pulitzer, la «Monna Lisa Isleworth» -conservata sin dal 1962 nel caveau di una banca svizzera- restò nella disponibilità della compagna del collezionista americano, Elisabeth Meyer, e gli eredi di questa nel 2003 hanno venduto il dipinto ad un consorzio internazionale che lo ha fatto restaurare ed ora lo ha fatto esporre a Ginevra ribadendo che sarebbe una «prima versione» della «Gioconda».

Ben più aggressiva è invece la famiglia Vernon di New York, proprietaria di un’altra «Gioconda» custodita nei sotterranei di una banca del New Jersey: questa sostiene, difatti, che la vera «Gioconda» è quella propria e non quella del Louvre.
Dalla loro documentazione risulta che il quadro si trova in America sin dal 1797 quando vi fu portato da William Henry Vernon, figlio di un armatore di Newport, il quale lasciò scritto nel proprio testamento che quello era il «vero» quadro di Leonardo e che a lui era stato regalato dalla regina francese Maria Antonietta. Nel 1929 la tela fu esaminata al «Fogg Art Museum» della prestigiosa Università di Harvard e qui i raggi X accertarono che era stata dipinta «indubbiamente nel periodo in cui visse Leonardo da Vinci». La famiglia Vernon vanta tra l’altro anche il giudizio di un noto esperto, Thomas M. Judson, della Accademia americana di Roma: il dipinto «è di mano di Leonardo».

Qualche studioso ha azzardato che la «Gioconda» trovata nel castello francese di Amboise dove Leonardo morì nel 1519 e regalata al re Francesco I che se la portò a Fontainebleu dove fu sostituita con una copia durante il burrascoso periodo della Rivoluzione francese. Napoleone si mise poi il quadro nella propria camera da letto e quando gli eserciti di Napoleone razziarono in tutt’Europa, per contenere le opere d’arte fu creato il Louvre e qui finì pure, dopo la morte dell’imperatore, la «Gioconda».

Nel 1931 in punto di morte un geniale truffatore argentino, Eduardo De Valfierno rivelò in punto di morte di essere stato lui, nel 1911, a convincere il muratore italiano Vincenzo Perugia a rubare dal Louvre, dove stava lavorando alla manutenzione, la «Gioconda». Il quadro fu recuperato solo nel dicembre del 1913 quando Perugia lo offrì ad un collezionista fiorentino.

Il muratore, arrestato, dichiarò di aver agito per «spirito patriottico», per far tornare il capolavoro di Leonardo in Italia, e se la cavò con pochi mesi di prigione. Ma il truffatore De Valfierno venti anni dopo confessò che, in realtà, tra il momento del furto e quello del recupero lui era riuscito a vendere a peso d’oro sei copie del quadro ad altrettanti collezionisti assicurando a ciascuno di loro che si trattava dell’opera rubata al Louvre. Una «verità romanzesca» che indusse uno scrittore americano, Seymur Victory Reit, a farne la trama di un libro che alla fine del Novecento fu un bestseller, «Il giorno in cui rubarono Monna Lisa».

Fonte: LaSicilia

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