I traumi infantili e la depressione

<strong>I traumi infantili</strong> e la depressione
Traumi infantili

Che ne sarà di un bambino che ha subìto un trauma infantile? Una violenza, la morte di un genitore, la separazione, l’abbandono materno, tutti quegli eventi insomma che appaiono insostenibili e che fanno sperare che il tempo possa suturare le ferite. D’altra parte vi sono accadimenti improvvisi ed imprevedibili per un bambino ed altri che invece dipendono strettamente dagli adulti deputati ad accudirlo, dal clima che sanno creargli intorno.

Le esperienze stressogene precoci sappiamo che sono associate ad un’attivazione persistente ed usurante di un peptide cerebrale (il CRH) che controlla la secrezione dell’ormone che risponde allo stress e che è prodotto dall’ipofisi (l’ACTH). In sostanza una marcata ipersecrezione del CRH, ottenuta somministrandolo in laboratorio a delle cavie animali, è responsabile dei sintomi più caratteristici della depressione: disturbi del sonno, diminuzione dell’appetito e della libido.
Se questo messaggero chimico, così come dimostrato, è in grado di attivare risposte di esauribilità endocrina, comportamentale ed immunitarie tipiche dello stress, è evidente che uno stato persistente di deflessione dell’umore e più ancora di depressione che ne deriva, può compromettere la qualità di vita e il futuro di molti individui sottoposti a traumi senza tentativi di rielaborazione.

La miopia rispetto alle evoluzioni psicologiche note e talvolta l’assoluta indifferenza di molti adulti nel curare l’iter evolutivo dei figli, medicando alcune ferite interiori quando ancora si è in tempo, è il fattore forse più grave dello slatentizzarsi ad un certo punto dello sviluppo di psicopatologie prevedibili. Lo stress e la sua complicanza, la depressione, non soltanto rendono claudicante la vita ma tendono a complicarla attraverso la pratica dell’automedicamdento: far ricorso a sostanze chimiche o all’alcol per lenire il mal di vivere è un trend diffuso e nocivo.
Non più di trent’anni fa ricercatori statunitensi rilevarono l’iperattività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (la via dello stress, per intenderci) in soggetti con diagnosi di depressione anche maggiore osservando le storie personali orrende, costellate da abusi fisici e psicologici durante l’infanzia. Non solo: costoro erano stati vittime di trascuratezza affettiva evidente e di perdita di adulti significativi. In fondo anche la psicanalisi, pur senza i riscontri sperimentali oggi possibili, aveva posto la correlazione tra traumi infantili e rischio depressivo nell’età adulta.

L’intervento precoce potrebbe aiutare il cambiamento di rotta. Non si tratta di un destino ineluttabile per questi bambini, ma di intuire un intervento riparativo nel tempo, centrato su cure parentali sostitutive, esplicitazione del trauma e la ricerca responsabilizzata di strade alternative all’autocommiserazione, motivo della pena, che è il solo sentimento che certuni riescono a suscitare negli altri e movente all’arresa, non di rado alibi per evitare ogni tentativo di cambiamento.

Nessuno è condannato a priori, ma ciò accadrà se l’ “evento sensibile” è coperto, negato o minimizzato. Pensare che un bambino dimentichi, che scenda un angelo dal cielo con poteri taumaturgici, ovvero che il tempo faccia da medicina, è come credere nella stregoneria per curare il cancro. Oltretutto il non far nulla è spesso un ulteriore indice di trascuratezza degli adulti. Per questo la Scuola ha il dovere di intercettare i bambini precocemente ripiegati su se stessi, promuovendo ogni azione utile a deviare il corso altrimenti ineluttabile. Non è solo solidarietà o pietà (già buoni motivi di per sé), ma prevenzioni di costi ed oneri che la società dovrà sobbarcarsi successivamente per lungo tempo e senza esiti risolutivi.

Fonte: LaSicilia

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