E’ colpa del ceto medio (!?!)

<strong>E’ colpa del ceto medio</strong> (!?!)

Si dice spesso che l’Italia è un Paese bloccato, incapace di affrontare dinamicamente la crisi che attraversiamo e la progettazione del nostro futuro sviluppo. Ma non altrettanto spesso si ritrovano studi e ricerche che aiutino a capire il perché di tale blocco.

Ogni politica futura deve quindi passare per un chiarimento delle ragioni profonde della situazione che si è venuta a creare.

Il “grande imborghesimento”

Tempo fa lessi un vecchio articolo su un periodico politico-culturale che attribuiva agli anni 70 e 80 il blocco economico per lo svilupparsi di un enorme processo di cetomedizzazione. Un processo che ha portato alla formazione di un “ceto”, appunto il ceto medio, che non è riusciuto a diventare classe generale, cioè a una “classe borghese” capace di darsi carico di una responsabilità di sistema. E’ lecito chiedersi del perché non siamo riusciti ad avere un sblocco e quindi ad una neoborghesia. La risposta che mi do, semplice quanto brutale, è che il ceto medio non è diventato borghese perché si è soltanto imborghesito.

Anche Pier Paolo Pasolini parlò di “grande imborghesimento”, a indicare la generale pura tendenza ad acquisire comportamenti tradizionalmente borghesi: nel campo dei consumi come nel campo dell’uso del tempo libero come in quello del rapporto con il proprio corpo. Oggi, forse, stiamo pagando proprio quel processo di regressione. Lo paghiamo soprattutto nel diffondersi della strisciante paura di tanti giovani e di tante famiglie di dover “retrocedere” nella scala sociale; e in tale luce si può capire il clima che si respira intorno ai precari depressi o a quelli indignati, in una mancanza evidente di speranze collettive e di futuro comune in un rattrappimento antropologico nel puro presente.

Potrebbe essere solo un tempo di pausa per ricaricare le batterie e svoltare finalmente verso la creazione di una vera classe borghese; ma ci vorrà non solo tempo ma anche e specialmente il coraggio politico (?) di cavalcare i processi sociali necessari per tale radicale innovazione.

 

Giacomo Lanzarone

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