Vito Varvaro: ecco la mia Menfi, Eldorado di Sicilia

<strong>Vito Varvaro</strong>: ecco la mia Menfi, Eldorado di Sicilia

Last updated on Novembre 28th, 2012 at 03:46 pm

E’ stata roba da far tremare i polsi, prendere il posto di Diego Planeta, “il Presidente”, al timone della Settesoli, la più grande cantina cooperativa d’Europa con numeri da capogiro: 2.100 soci, 6.000 ettari di vigneto, una produzione di oltre 22 milioni di bottiglie e un fatturato di 55 miliani di euro, parecchio rilevante per il contesto siciliano.

Vito Varvaro, nato a Palermo il 30 marzo 1954. E’ sposato, ha una figlia di 31 anni e vive a Roma

Non deve essere stato facile nemmeno dire di sì ed assumersi la responsabilità di 5 mila famiglie menfitane coinvolte economicamente a vario titolo, nell’attività aziendale, per non parlare di tutto l’indotto, che va ben oltre la bella e operosa cittadina della provincia di Agrigento. E poi c’era da sostituire, anche fantasmaticamente, Lui, il “grande vecchio” del vino siciliano, presidente acclamato per quarant’anni, quasi un Fidel Castro in salsa sicula, carismatico, sagace, sottile, poco convenzionale, profondo, ironico, talvolta beffardo. Che, con la lungimiranza che gli è propria, già da tempo preparava il terreno della successione, per ragioni di età, diceva, ma soprattutto perché aveva ben chiaro che c’era l’esigenza di energie fresche e di visioni del mondo più updated e innovative. E’ stato il “passo di lato” per usare una espressione letterale di Diego Planeta, una mossa di straordinaria intelligenza “politica”, espressione di un acume e di una sensibilità senza pari.

Il 19 dicembre 2011, pertanto, in un clima di forte emozione, il manager internazionale Vito Varvaro, socio della cooperativa dal 1974 e membro del consiglio di amministrazione della Settesoli dal 2008, viene eletto presidente per il successivo triennio. E’ la continuità voluta e ricercata. Di intenti e di obiettivi, destinata a vivere secondo modalità inevitabilmente diverse. Incontriamo Vivo Varvaro durante “Mandrarossa Vineyard Tour”, un evento di grande impatto mediatico, la più imponente vendemmia d’Europa, ricca di innumerevoli eventi, che ha portato nel territorio di Menfi quasi 4.000 “wine e food lover” da tutta Italia e dall’Estero. E’ visibilmente soddisfatto e, aiutati da un bel calice di vino aziendale, gli abbiamo posto qualche domanda.

 

Cosa ci fa a Menfi un manager palermitano di nascita e di studi, che ha trascorso trent’anni in una multinazionale americana, la Procter & Gamble, di cui 10 fra Austria, Belgio e Germania, e da giovane funzionario del reparto marketing è diventato nel tempo presidente e amministratore delagato Italia?

“La mia famiglia ha casa e proprietà qui da oltre 150 anni, a Menfi ci sono le nostre radici, sono socio della Settesoli dal 1974. Dopo la Procter & Gamble avevo deciso di mettere a disposizione delle aziende italiane la mia esperienza del mondo globalizzato e collaboro, fra l’altro, con il Gruppo Della Valle da sei anni, principalmente con la Tod’s. Quando mio padre e Planeta mi hanno prospettato questa opportunità mi è sembrato giusto accettare, perché volevo fare qualcosa per la mia terra.

Settesoli, poi, è una realtà magnifica, un esempio di sicilianità che funziona, un made in Sicily che si può portare ovunque”.

 

Cosa l’ha colpita maggiormente di questa importante impresa vitivinicola?

“Il gioco di squadra e la visione globalizzata del business. Tutte le componenti aziendali funzionano in piena armonia, quali parti di un organismo che non deve soffrire di pericolose distonie. C’è entusiasmo e voglia di fare, in una logica dove razionalità e lungimiranza si fondono. Diego Planeta ha creato questo humus e ha portato i vini Settesoli nel mondo già da tanti anni, prima di altri, con lucida visione delle realtà commerciali più avanzate. La cantina ha oggi delle sue basi sostanziose e margini di miglioramento notevolissimi. Lavoreremo perché queste potenzialità possano diventare realtà”.

 

Quali le prossime mosse?

“Settesoli è espressione di un territorio, di una vasta area costiera. La sfida è adesso quella di fare sistema: vendere il vino nel mondo va bene, dobbiamo però vendere anche tutto ciò che di notevole c’è attorno a noi, la cucina, il mare, la bellezza dei luoghi, le tradizioni. E’ importante sviluppare l’attività turistica, la ricettività, l’accoglienza. Io sono un uomo di marketing. Le nostre prospettive, e parlo di prospettive concrete, sono entusiasmanti davvero. Ci sono margini di ampliamento della nostra capacità produttiva, possiamo e dobbiamo incrementare le vendite in Italia e sui mercati esteri. E’ possibile farlo… e lo faremo, in una logica ampia e inclusiva che va oltre il vino. La cantina, non lo dimentichiamo, ha un ruolo sociale importantissimo: migliaia di persone vivono dell’attività di Settesoli. La mia responsabilità è quella di renderla sempre più strutturata e con un management dalle idee chiare su come funziona un mercato globalizzato. E fare passare ancora meglio l’idea della pianificazione, dei programmi e dei progetti per il futuro, concetti che in Sicilia sono decisamente ancora oggi rivoluzionari.”

 

Sta pensando, per accelerare questo processo, di immettere risorse esterne?

“No, c’è l’esigenza di aziende siciliane che si strutturino con manager siciliani. Noi abbiamo già una buona squadra, che cresce velocemente. Saranno manager del territorio, e vedremo di allargare ancora, che dovranno ampliare e governare il processo di crescita della realtà attuale. La sfida è questa: fare economia globalizzata per aumentare il reddito dei nostri soci, che meritano senza dubbio di più, incrementare i margini di profitto. Pervenendo a tutto ciò con manager “allevati” in casa. Fa parte dei miei compiti fare lievitare queste competenze e metterle al servizio del territorio.

Lo confesso, sono un perfezionista: vengo da una scuola, quella di una azienda americana multinazionale, mi piace fare poche cose alla volta e farle molto bene, con i tempi necessari.

Il contesto umano che ho trovato mi lascia ben sperare per quelli che sono i miei obiettivi di medio e lungo periodo”.

 

Il suo lavoro passato e quello attuale l’hanno portata a confrontarsi con manager di tutte le nazioni. In che cosa un siciliano in questo ruolo è diverso, ammesso che sia davvero diverso?

“Siamo eguali e differenti nel contempo, nel senso che con coloro che venivano da Harvard o da Oxford non ho mai provato complessi di sorta. Forte dei miei studi classici al Gonzaga e della mia laurea a economia e commercio a Palermo mi sono sempre trovato perfettamente all’altezza rispetto a loro. Mai provato senso di handicap. Diverso forse sì, mi ci sono sentito, perché la Sicilia è una scuola di valori umani ed educativi straordinaria. Con un bel bagaglio di cultura siciliana, con l’innata capacità di rapporti umani che abbiamo con la particolare attitudine ad aprire relazioni, comprendere gli altri, a essere ospitali, tutte le porte sono aperte. Che vuole dire anche la dote di comprendere le culture diverse, avere quella flessibilità che ci fa stare bene ovunque e con chiunque. Essere un vero manager, sommatoria di razionalità e istinto, è pure comprendere le situazioni e le persone, utilizzare i loro punti di forza. E i siciliani, su questo fronte, mi creda sono imbattibili. Penso, mentre le dico ciò, a tanta gente, persone – e siciliani di grande successo – che frequento perché amici da sempre, come Angelo Sajeva o i giornalisti Gianni Riotta e Nino Sunseri, i primi che mi vengono in mente”.

 

Lei ha trascorso una vita lontano dalla Sicilia, vive ancora fra casa sua, a Roma, la Sicilia e il resto del mondo. Cosa ha portato sempre nel cuore, e cosa porta, dei suoi lontani anni palermitani?

“Chi ha vissuto a Palermo e poi va via reca con sé per sempre le gioie e i dolori della squadra di calcio cittadina e il mito dei colori rosa-nero, la pasta con le sarde, e quella irrinunciabile squisitezza rappresentata dalle ‘panelle’, il cibo di strada che amo maggiormente fra i tanti. Anche se io, a rigore, non mi potrei definire un gourmet e pure con il vino ho un rapporto personale buono ma non da grandissimo intenditore. Lo ritengo una sorta di medium che mi riporta e collega alla campagna e alle belle tradizioni a questa connessa, alle estati felici, alla vendemmia, al mare, a quell’immaginario profondamente siciliano che vive in me. E che, seppure schivo per carattere e poco incline a rivelarlo, sento fare parte del mio essere nel mondo”.

Di Nino Aiello per I love Sicilia

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